Hanno trasformato la plastica in biscotti. Ma li mangeresti davvero?

Un gruppo di ricercatori ha realizzato biscotti sperimentali utilizzando ingredienti ricavati dalla plastica e dagli scarti vegetali. Come funziona questa tecnologia e quanto è sicura?

In breve: alcuni ricercatori americani hanno realizzato biscotti sperimentali utilizzando ingredienti prodotti a partire da plastica riciclata e scarti vegetali. Non è fantascienza e non significa mangiare direttamente una bottiglia: i materiali vengono scomposti e trasformati grazie a particolari lieviti. La tecnologia funziona come prototipo, ma sicurezza, costi e produzione su larga scala restano questioni aperte.

Immagina di entrare in una pasticceria. Sul bancone ci sono biscotti dorati, dall’aspetto invitante. Ne scegli uno, ma prima di addentarlo il pasticcere ti rivela un piccolo dettaglio: per prepararlo sono stati utilizzati anche materiali ricavati da una bottiglia di plastica.

Probabilmente rimetteresti il biscotto al suo posto.

Eppure, in un laboratorio americano, qualcuno ha pensato che questa idea apparentemente assurda meritasse di essere presa sul serio. E, invece di limitarsi a parlarne, ha preparato davvero dei biscotti.

Si chiamano µBites, si pronuncia microbites, e nascono da un progetto della Southern Illinois University Carbondale, negli Stati Uniti.

La scoperta è stata presentata il 24 agosto 2026 durante un congresso dell’American Chemical Society. Ma la parte più interessante non è che questi biscotti esistano. È capire come sia possibile produrli e, soprattutto, se un giorno potremo mangiarli senza preoccuparci. Lo racconta la presentazione ufficiale della ricerca.

Come si fa un biscotto partendo da una bottiglia di plastica?

Bioreattore con liquido in fermentazione e ingrandimento illustrato di cellule di lievito in un laboratorio.
Rappresentazione concettuale del processo biologico µBites: i lieviti modificati contribuiscono a trasformare sostanze ricavate dagli scarti in nuovi ingredienti.

La prima cosa da chiarire è che nessuno sta suggerendo di triturare una bottiglia e mescolarla con farina, zucchero e uova.

Il procedimento è molto più elaborato.

Tutto parte da un’osservazione dello scienziato Lahiru Jayakody, che guida il progetto: sia la plastica sia gli alimenti contengono carbonio, un elemento fondamentale per costruire moltissime sostanze diverse.

Naturalmente questo non li rende intercambiabili. Una bottiglia resta una bottiglia e non diventa commestibile semplicemente perché contiene lo stesso elemento presente nel pane.

Per ottenere qualcosa di utilizzabile, i ricercatori devono trasformare completamente i materiali di partenza.

Primo passaggio: scomporre la plastica

I ricercatori utilizzano principalmente PET, la plastica impiegata in molte bottiglie per acqua e bibite, insieme a scarti vegetali come foglie e steli del mais.

Questi materiali vengono trattati attraverso un procedimento che combina acqua, ossigeno, temperatura elevata e pressione.

Il suo scopo è rompere le grandi molecole dei materiali di partenza e ottenere sostanze più semplici.

Immagina di smontare una costruzione LEGO. Prima hai un oggetto intero, poi tanti piccoli pezzi che puoi utilizzare per costruire qualcosa di completamente diverso.

Naturalmente, nel laboratorio non si lavora con mattoncini, ma con molecole.

Secondo passaggio: entrano in scena i lieviti

Qui arriva l’idea più ingegnosa.

Gli scienziati utilizzano lieviti modificati in laboratorio, cioè microrganismi programmati per svolgere determinate trasformazioni.

Alcuni appartengono alle stesse specie usate normalmente per fare il pane, anche se in questo caso sono stati modificati per compiti molto diversi.

Questi microrganismi sfruttano le sostanze ottenute dal trattamento precedente e le trasformano in nuovi composti, tra cui proteine e molecole utili alla preparazione alimentare.

In pratica, la plastica non viene mangiata: viene utilizzata come materia prima per un processo che produce sostanze nuove.

Ed è proprio questa la differenza fondamentale.

Terzo passaggio: il biscotto prende forma

Una volta ottenuti gli ingredienti, i ricercatori aggiungono anche amido, fibre e dolcificanti.

Poi utilizzano una stampante alimentare 3D per dare forma all’impasto.

Il risultato è un biscotto sperimentale che contiene ingredienti ottenuti attraverso la trasformazione di materiali di scarto.

Non è quindi corretto immaginarlo come un biscotto composto al 100% da plastica convertita.

La documentazione dell’American Chemical Society descrive anche ulteriori esperimenti nei quali i lieviti sono stati impiegati per ottenere composti come l’aroma di vaniglia e il beta-carotene, una sostanza che il nostro organismo può convertire in vitamina A.

Infografica in quattro passaggi che illustra il processo sperimentale µBites, dai materiali di scarto ai biscotti.
Il progetto µBites utilizza processi chimici e biologici per ottenere ingredienti alimentari sperimentali da PET e scarti vegetali.

Ma qualcuno ha davvero mangiato questi biscotti?

Questa è la domanda che rende la storia ancora più curiosa.

Perché nelle comunicazioni ufficiali del progetto compare una differenza che merita attenzione.

Nel maggio 2024 la Southern Illinois University aveva annunciato una degustazione con partecipanti umani, affermando che i biscotti avevano ottenuto un punteggio medio di gradimento di 6,5 su una scala da 1 a 9.

Secondo quel comunicato, i ricercatori avevano effettuato controlli preliminari di sicurezza e qualità nutrizionale prima dell’assaggio.

Nella presentazione dell’agosto 2026, invece, viene spiegato che il gruppo stava ancora aspettando un’autorizzazione istituzionale per svolgere test di assaggio.

Nel frattempo, alcune persone avevano valutato positivamente l’odore dei biscotti e dichiarato che sarebbero state disposte ad assaggiarli in condizioni di necessità.

Come si spiegano queste due versioni?

Potrebbero riguardare formulazioni o sperimentazioni differenti. Le informazioni pubblicamente disponibili, però, non permettono di chiarirlo con certezza.

Questo non significa che i ricercatori abbiano necessariamente commesso un errore. Significa che non abbiamo ancora elementi sufficienti per raccontare una storia definitiva sulla degustazione e sulla sicurezza del prodotto più recente.

E fra sentire il profumo di un biscotto e poterlo mangiare regolarmente c’è una bella differenza.

Sono davvero sicuri da mangiare?

Trasformare un materiale in una sostanza nuova è possibile. Dimostrare che il risultato sia sicuro come alimento è un’altra questione.

Bisogna verificare, per esempio, che nel prodotto finale non rimangano sostanze indesiderate provenienti dal materiale originale o dai trattamenti utilizzati.

Servono inoltre informazioni chiare sulla composizione, sui controlli di qualità, sulla ripetibilità del procedimento e sugli eventuali rischi legati a un consumo regolare.

I ricercatori sostengono di aver ottenuto risultati incoraggianti, ma non abbiamo trovato una documentazione sperimentale pubblica sufficientemente completa da considerare µBites un alimento pronto per tutti.

In Europa, inoltre, l’immissione sul mercato di nuovi alimenti deve rispettare regole specifiche. Il Regolamento UE 2015/2283 sui novel food prevede un percorso di valutazione e autorizzazione per gli alimenti che rientrano nel suo ambito.

Il fatto che un laboratorio riesca a produrre qualcosa di potenzialmente commestibile non equivale, quindi, a ottenere il permesso di venderlo al supermercato.

Perché la NASA è interessata a un’idea del genere?

Pensiamo a un viaggio verso Marte.

Non esistono supermercati lungo il percorso. Ogni chilogrammo di rifornimenti richiede spazio e comporta costi di trasporto. Conservare abbastanza alimenti per una missione lunga è una sfida enorme.

Ora immaginiamo un sistema capace di utilizzare alcuni materiali di scarto per produrre nuovi ingredienti alimentari.

In teoria potrebbe ridurre parte della necessità di trasportare continuamente risorse dalla Terra.

È proprio il genere di problema a cui si rivolge il NASA Deep Space Food Challenge, iniziativa che ha sostenuto lo sviluppo iniziale di µBites.

Questo non significa che gli astronauti stiano già mangiando biscotti ricavati dalla plastica.

Significa che i ricercatori stanno studiando un possibile sistema per produrre alimenti in ambienti dove coltivare, conservare e trasportare cibo è particolarmente difficile.

E non serve necessariamente andare nello spazio per immaginare un’applicazione: gli stessi problemi possono presentarsi, in forme diverse, su un sottomarino, in una base scientifica isolata o in un territorio colpito da una catastrofe.

Potrebbe davvero aiutare a ridurre i rifiuti di plastica?

Qui bisogna distinguere una bella idea da una soluzione già dimostrata.

La promessa di µBites è interessante: utilizzare un materiale problematico, come la plastica, per ottenere sostanze di maggiore valore.

Ma produrre una piccola quantità di biscotti in laboratorio è molto diverso dal gestire grandi quantità di rifiuti.

Occorre raccogliere e selezionare i materiali, trattarli, alimentarvi i microrganismi, separare i composti utili e garantire che tutto avvenga in condizioni controllate.

Ciascuno di questi passaggi richiede risorse.

Per capire se la tecnologia sia davvero vantaggiosa servirebbero dati completi su consumi energetici, costi, quantità prodotte e impatto ambientale dell’intero processo.

Anche gli esperti indipendenti invitano alla prudenza. In un approfondimento dello Smithsonian Magazine, il chimico Jason Hallett dell’Imperial College London mette in dubbio la praticità dell’idea come soluzione al problema dei rifiuti plastici.

Non basta che qualcosa sia tecnicamente possibile. Deve anche funzionare abbastanza bene da avere senso fuori dal laboratorio.

Il vero problema potrebbe non essere la tecnologia

Immaginiamo, per un momento, che i ricercatori riescano a dimostrare la sicurezza dei biscotti e a produrli a costi competitivi.

Rimarrebbe una domanda: li compreremmo?

Siamo abituati a mangiare alimenti ottenuti grazie ai microrganismi. Pane, yogurt e formaggi esistono proprio perché abbiamo imparato a sfruttare processi biologici.

Ma quando il punto di partenza è una bottiglia di plastica, la nostra reazione cambia.

È comprensibile.

La parola plastica richiama immediatamente rifiuti, inquinamento e microplastiche, non una merenda invitante.

Eppure la sicurezza di un alimento dipende dalla sua composizione finale, dai contaminanti eventualmente presenti, dalla lavorazione e dalle prove effettuate, non soltanto dalla storia delle materie prime.

Questo non è un invito ad assaggiare µBites oggi. È il motivo per cui la ricerca merita di essere studiata con attenzione, invece di essere liquidata come un’idea assurda o celebrata come una soluzione già pronta.

Un giorno mangeremo biscotti fatti con la plastica?

Forse. Ma è troppo presto per saperlo.

Il progetto µBites mostra che alcuni componenti dei rifiuti plastici possono entrare in processi biologici capaci di produrre sostanze utili alla preparazione di alimenti.

È un risultato interessante. Non è ancora la dimostrazione che potremo trasformare economicamente e in sicurezza le bottiglie usate nella colazione di milioni di persone.

E forse il futuro di questa tecnologia non sarà nemmeno un biscotto: potrebbe essere la produzione di particolari ingredienti in luoghi remoti o in situazioni in cui procurarsi cibo è difficile.

La parte più sorprendente di questa storia, in fondo, non è che qualcuno abbia preparato un biscotto partendo dalla plastica.

È che stiamo imparando a guardare alcuni rifiuti non soltanto come qualcosa da eliminare, ma come materiali da cui ottenere risorse completamente diverse.

E tu, se un giorno questi biscotti superassero tutti i controlli di sicurezza, li assaggeresti?

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Daniele Pirotta
Daniele Pirotta

Appassionato di tecnologia, innovazione e design, seguo con curiosità le idee, i prodotti e le tecnologie che stanno cambiando il nostro modo di vivere, lavorare e comunicare. Mi piace approfondire le innovazioni più interessanti e raccontarle con un linguaggio semplice, chiaro e concreto, rendendole accessibili anche a chi non è un esperto.

Da sempre sono affascinato da tutto ciò che unisce creatività e tecnologia: dall’intelligenza artificiale ai gadget più innovativi, dalla mobilità del futuro alla domotica, fino alle startup che cercano di trasformare un’idea in realtà.

Accanto alla tecnologia coltivo una grande passione per la musica. Ho studiato pianoforte presso il Conservatorio “Antonio Scontrino” di Trapani e continuo a divertirmi componendo musica e trasformando le idee in nuove melodie.

Attraverso InnovativaMENTE condivido curiosità, analisi e approfondimenti sul progresso tecnologico, con l’obiettivo di aiutare i lettori a comprendere le innovazioni di oggi e a immaginare i cambiamenti di domani.

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