Nell’ottobre del 2004 arrivò una nuova distribuzione Linux con un nome insolito, un CD di installazione gratuito e un obiettivo ambizioso: rendere il software libero più accessibile anche a chi non era un esperto.
Quella distribuzione si chiamava Ubuntu. La prima versione, Ubuntu 4.10 “Warty Warthog”, nasceva dalle solide fondamenta di Debian, ma cercava di offrire installazione più semplice, aggiornamenti regolari e un ambiente desktop pronto per l’uso quotidiano.
Più di vent’anni dopo, Ubuntu non è rimasto soltanto un sistema operativo per appassionati. È diventato una piattaforma utilizzata su computer personali, server, cloud pubblici, dispositivi connessi e ambienti di sviluppo. Nel 2026 il progetto ha raggiunto Ubuntu 26.04 LTS, continuando una storia fatta di successi, cambi di direzione e qualche progetto abbandonato.
Che cosa significa Ubuntu
Il nome deriva da una parola e da una filosofia dell’Africa meridionale generalmente tradotta come “umanità verso gli altri”. Viene spesso spiegata attraverso il concetto secondo cui una persona è ciò che è anche grazie alle relazioni con la propria comunità.
La scelta non fu casuale. Il progetto voleva trasferire nel mondo del software alcuni principi di collaborazione, condivisione e accessibilità: un sistema operativo utilizzabile gratuitamente, disponibile in molte lingue e costruito attraverso il contributo di aziende, sviluppatori e volontari.
Ubuntu continua a presentare la propria missione in due parti: portare il software libero al pubblico più ampio possibile e costruire, attraverso Canonical, servizi professionali capaci di sostenere economicamente lo sviluppo della piattaforma.

Le origini: Mark Shuttleworth, Debian e Canonical
La storia iniziò nel 2004, quando l’imprenditore sudafricano Mark Shuttleworth riunì un piccolo gruppo di sviluppatori provenienti soprattutto dall’ecosistema Debian.
Linux esisteva già da anni e Debian rappresentava una delle distribuzioni più solide e rispettate. Per molti utenti, però, installare e configurare un sistema Linux continuava a richiedere conoscenze tecniche non comuni.
Il nuovo gruppo voleva costruire una distribuzione che mantenesse la ricchezza dell’ecosistema Debian, ma offrisse:
- installazione più semplice;
- un desktop pronto all’uso;
- aggiornamenti prevedibili;
- attenzione alla sicurezza;
- supporto per più lingue;
- una comunità aperta anche ai nuovi utenti.
Per sostenere il progetto nacque Canonical, la società privata fondata da Shuttleworth che ancora oggi pubblica Ubuntu e ne finanzia buona parte dello sviluppo. La governance del progetto, tuttavia, coinvolge anche organismi comunitari e migliaia di collaboratori esterni.
Ubuntu 4.10: il primo Warty Warthog
La prima versione ufficiale fu pubblicata il 20 ottobre 2004 con il nome Ubuntu 4.10 “Warty Warthog”, traducibile come “facocero verrucoso”.
Il numero 4.10 indicava semplicemente l’anno e il mese di pubblicazione: 2004, decimo mese. È una convenzione che Ubuntu utilizza ancora oggi.
La prima versione offriva un ambiente GNOME, Firefox, OpenOffice.org e strumenti pensati per rendere più semplice l’installazione su computer desktop e portatili. Ubuntu prometteva inoltre nuove versioni ogni sei mesi e aggiornamenti di sicurezza gratuiti.
Era ancora un sistema giovane e certamente non privo di imperfezioni. Lo stesso nome Warty suggeriva ironicamente che quella prima versione avrebbe potuto mostrare qualche “verruca”. Ma il progetto introduceva un elemento destinato a diventare fondamentale: la prevedibilità. Gli utenti sapevano quando sarebbe arrivata la versione successiva e per quanto tempo avrebbero ricevuto aggiornamenti.
I CD gratuiti che portarono Linux nelle case
Nei primi anni Ubuntu si fece conoscere anche attraverso ShipIt, un programma con cui Canonical spediva gratuitamente i CD di installazione in molti Paesi.
Oggi, con connessioni veloci e immagini ISO scaricabili in pochi minuti, può sembrare una curiosità. All’epoca, però, scaricare centinaia di megabyte non era semplice per tutti.
Ricevere gratuitamente un CD permetteva a studenti, scuole, associazioni e appassionati di provare Linux senza acquistare software e senza disporre di una connessione veloce. Molti utenti scoprirono Ubuntu proprio attraverso quei dischi, spesso condivisi con amici o distribuiti durante eventi dedicati al software libero.
Il programma terminò nel 2011, quando il download online era ormai diventato il metodo principale di distribuzione.
La nascita delle versioni LTS
Nel 2006 arrivò Ubuntu 6.06 “Dapper Drake”, la prima versione LTS, sigla di Long Term Support.
Le normali versioni di Ubuntu venivano aggiornate rapidamente, ma aziende, scuole e amministratori di server avevano bisogno di sistemi più stabili e mantenuti per periodi più lunghi.
Da allora Ubuntu pubblica:
- una nuova versione circa ogni sei mesi;
- una versione LTS ogni due anni;
- aggiornamenti di sicurezza e correzioni per un periodo più lungo sulle LTS.
Le versioni intermedie permettono di provare prima kernel, strumenti e tecnologie più recenti, ma ricevono aggiornamenti per un periodo più breve. Le LTS sono invece pensate per chi privilegia stabilità e continuità.
Secondo la documentazione del progetto, la grande maggioranza delle installazioni Ubuntu utilizza versioni LTS.
Ubuntu diventa il volto più accessibile di Linux
Durante la seconda metà degli anni Duemila, Ubuntu contribuì a cambiare la percezione del desktop Linux.
Non fu la prima distribuzione orientata alla facilità d’uso, ma riuscì a combinare diversi elementi nel momento giusto:
- una base Debian molto ampia;
- un ciclo di rilascio regolare;
- un’installazione relativamente semplice;
- una comunità internazionale;
- una documentazione abbondante;
- investimenti professionali da parte di Canonical.
Ubuntu diventò per molti utenti la prima esperienza con Linux. La sua diffusione favorì anche la nascita di distribuzioni derivate, ambienti desktop alternativi e varianti ufficiali come Kubuntu, Xubuntu, Lubuntu e Ubuntu MATE.
Il progetto non puntava più soltanto agli appassionati. Voleva dimostrare che un sistema operativo libero poteva essere installato anche su un normale computer familiare, scolastico o aziendale.
Unity e il tentativo di creare un’identità propria
Nel 2010 Canonical introdusse Unity, un’interfaccia sviluppata internamente e diventata successivamente il desktop predefinito di Ubuntu.
Unity presentava un launcher verticale, una ricerca centralizzata e un’impostazione visiva diversa dal GNOME tradizionale. L’obiettivo era offrire un’esperienza riconoscibile e preparare Ubuntu a funzionare su schermi e dispositivi differenti.
La scelta divise la comunità. Alcuni apprezzarono il tentativo di creare un desktop moderno e coerente; altri preferirono ambienti più tradizionali o criticarono decisioni prese da Canonical senza un consenso sufficientemente ampio.
Unity rappresentò comunque una fase importante: Ubuntu non voleva più limitarsi a organizzare componenti già esistenti, ma cercava di progettare direttamente una parte rilevante dell’esperienza utente.
Ubuntu Phone e il sogno della convergenza
L’ambizione si spinse oltre il computer.
Canonical lavorò a Ubuntu Touch, agli smartphone Ubuntu e al concetto di convergenza: un unico dispositivo capace di trasformarsi da telefono a computer collegandolo a monitor, tastiera e mouse.
Il progetto produsse telefoni commerciali e dimostrazioni interessanti, ma non riuscì a raggiungere la diffusione necessaria per competere con Android e iOS.
Nel 2017 Canonical decise di interrompere lo sviluppo diretto del telefono e della convergenza e di concentrare maggiormente le proprie risorse su cloud e Internet of Things. Nello stesso periodo Ubuntu Desktop abbandonò Unity come interfaccia predefinita e tornò a GNOME Shell.
Non fu la fine completa di quelle tecnologie: alcuni progetti furono proseguiti dalla comunità. Fu però uno dei cambiamenti strategici più importanti nella storia di Ubuntu.
Dal desktop al cloud
Mentre l’attenzione del pubblico era spesso concentrata sull’interfaccia grafica, Ubuntu stava crescendo rapidamente in un altro settore: i server.
La distribuzione divenne molto diffusa negli ambienti cloud e nelle infrastrutture basate su OpenStack, AWS, Microsoft Azure e Google Cloud. La stessa base Ubuntu poteva così essere utilizzata sul computer di uno sviluppatore, su una macchina virtuale o su migliaia di server.
Questa espansione modificò anche il modello economico di Canonical. Ubuntu rimane gratuito da scaricare e utilizzare, mentre l’azienda vende supporto, strumenti di gestione, servizi cloud e coperture di sicurezza estese.
Nel 2023 Ubuntu Pro entrò in disponibilità generale, offrendo manutenzione di sicurezza più ampia e prolungata. È gratuito per uso personale su un numero limitato di macchine, mentre aziende e organizzazioni possono acquistare servizi e assistenza aggiuntivi.
Ubuntu entra anche in Windows
Un altro passaggio simbolico arrivò con il Windows Subsystem for Linux.
Ubuntu è disponibile direttamente all’interno di Windows attraverso WSL, permettendo agli sviluppatori di utilizzare terminale, strumenti Linux e ambienti di sviluppo senza installare necessariamente un secondo sistema operativo o una macchina virtuale tradizionale.
L’integrazione con Windows mostra quanto sia cambiato il panorama rispetto ai primi anni di Ubuntu. Linux e Windows non sono più soltanto alternative contrapposte: in molti contesti professionali vengono utilizzati insieme nello stesso flusso di lavoro.
Snap, Ubuntu Core e i dispositivi connessi
Nel 2016 Canonical introdusse anche i pacchetti Snap, pensati per distribuire applicazioni con dipendenze isolate e aggiornamenti gestiti in modo più uniforme.
Nello stesso periodo nacque Ubuntu Core, una versione modulare e transazionale destinata soprattutto a dispositivi IoT, sistemi industriali e apparecchi connessi.
Queste tecnologie mostrano una caratteristica ricorrente nella storia di Ubuntu: Canonical ha cercato più volte di costruire strumenti utilizzabili su desktop, server, cloud e dispositivi embedded.
Non tutte le scelte hanno ottenuto lo stesso consenso. Il formato Snap, per esempio, continua a essere oggetto di discussione nella comunità Linux. Ha però assunto un ruolo importante nella strategia tecnica e commerciale di Canonical.
Vent’anni di Ubuntu
Nel 2024 Ubuntu ha celebrato il ventesimo anniversario.
In due decenni il progetto è passato:
- dai CD spediti gratuitamente alle immagini cloud;
- dal desktop GNOME a Unity e poi nuovamente a GNOME;
- dai primi esperimenti sui telefoni agli ambienti IoT;
- dalle installazioni domestiche ai grandi data center;
- da una giovane derivata Debian a una piattaforma sostenuta da un’azienda globale e da una vasta comunità.
La storia ufficiale di Canonical ricorda tra le tappe principali la prima LTS del 2006, le immagini cloud, Ubuntu Core, l’arrivo su WSL, l’introduzione di Snap e Ubuntu Pro.

Ubuntu 26.04 LTS: dove è arrivato il progetto
Il 23 aprile 2026 è stata pubblicata Ubuntu 26.04 LTS “Resolute Raccoon”, l’ultima versione con supporto a lungo termine.
Ubuntu 26.04 riceverà aggiornamenti di sicurezza e correzioni critiche per cinque anni, fino al 2031. La copertura può essere estesa attraverso Ubuntu Pro e i servizi aggiuntivi previsti da Canonical.
La piattaforma attuale è molto diversa da Ubuntu 4.10, ma conserva alcuni principi delle origini:
- una versione nuova ogni sei mesi;
- una LTS ogni due anni;
- accesso gratuito al sistema operativo;
- collaborazione con il software libero;
- attenzione alla semplicità d’uso;
- un equilibrio tra comunità e attività commerciale.
Ubuntu oggi non è soltanto un desktop Linux. Comprende edizioni per server, cloud, WSL, dispositivi connessi e numerose varianti ufficiali.
Perché Ubuntu è ancora importante
Ubuntu non ha realizzato ogni progetto che ha annunciato e alcune sue decisioni hanno diviso gli utenti. Il telefono, la convergenza e Unity mostrano che anche un progetto open source di successo può cambiare radicalmente strategia.
La sua importanza, però, non dipende dall’aver sempre scelto la strada giusta.
Ubuntu ha contribuito a rendere Linux più visibile e accessibile, ha costruito un ponte tra comunità e aziende e ha portato lo stesso ecosistema dal computer personale alle infrastrutture cloud.
Per molti utenti continua a essere una delle porte d’ingresso più semplici nel mondo Linux. Per sviluppatori e imprese è invece una piattaforma su cui costruire applicazioni, server e servizi.
A oltre vent’anni dal primo Warty Warthog, Ubuntu non rappresenta più soltanto il tentativo di rendere Linux facile. È diventato uno dei progetti che hanno contribuito a portare il software open source dentro la tecnologia utilizzata ogni giorno.
Domande frequenti
Ubuntu è basato su Debian?
Sì. Ubuntu utilizza Debian come base, ma segue un proprio ciclo di sviluppo, integra configurazioni e strumenti specifici ed è pubblicato da Canonical con il contributo della comunità.
Che cosa significa LTS?
LTS significa Long Term Support. Sono versioni pubblicate ogni due anni e mantenute più a lungo rispetto alle release intermedie.
Qual è l’ultima versione di Ubuntu nel 2026?
L’ultima versione LTS è Ubuntu 26.04 “Resolute Raccoon”, pubblicata il 23 aprile 2026.
Perché le versioni si chiamano 24.04 o 26.04?
Il primo numero indica l’anno e il secondo il mese di pubblicazione. Ubuntu 26.04 è quindi stato pubblicato nell’aprile del 2026.
Ubuntu è gratuito?
Ubuntu può essere scaricato e utilizzato gratuitamente. Canonical offre separatamente servizi professionali, assistenza e coperture di sicurezza estese.
Canonical possiede Ubuntu?
Canonical pubblica Ubuntu, finanzia parte rilevante dello sviluppo e offre servizi commerciali. Il progetto comprende però anche organismi comunitari, sviluppatori volontari e contributi di altre aziende.




