Il 30 agosto 2026 un Falcon Heavy è decollato dal Kennedy Space Center portando con sé uno dei telescopi più attesi della NASA. Si chiama Nancy Grace Roman Space Telescope e nei prossimi mesi raggiungerà il punto lagrangiano L2, a circa 1,5 milioni di chilometri dalla Terra, dove comincerà a osservare galassie, materia oscura ed esopianeti.
Fin qui potrebbe sembrare la storia di una normale missione scientifica. Solo molto più costosa, grande e ambiziosa.
La parte curiosa arriva andando indietro di quattordici anni.
Uno degli elementi fondamentali del telescopio, il suo specchio primario da 2,4 metri, deriva infatti da hardware trasferito alla NASA dal National Reconnaissance Office, l’agenzia statunitense che gestisce i satelliti da ricognizione. La formula “satellite spia trasformato in telescopio”, diventata inevitabilmente popolare dopo il lancio, è però troppo semplice. La realtà è più interessante: la NASA non ha preso un vecchio satellite, cambiato direzione e puntato verso le stelle. Ha ereditato una tecnologia ottica, l’ha profondamente adattata e ha costruito intorno a essa un osservatorio completamente nuovo.
Oggi quello specchio non deve più guardare verso la Terra. Deve aiutarci a capire che cosa sta facendo espandere l’Universo, dove si nasconde la materia che non riusciamo a vedere e quanto siano comuni i pianeti oltre il Sistema Solare.
Ed è proprio questo cambio di prospettiva a rendere Roman così interessante.
Non è un satellite spia riciclato
Nel 2012 la NASA annunciò di aver ricevuto dal National Reconnaissance Office materiale relativo a due telescopi spaziali con ottiche da 2,4 metri. Nei verbali dell’Astrophysics Subcommittee dell’epoca si parla di una vasta collezione di componenti, comprendente ottiche, strutture esterne, radiatori e altro hardware.
Uno di quegli asset offriva alla NASA un’occasione rara: partire da un sistema ottico già molto avanzato invece di sviluppare tutto da zero.
È da quella storia che, attraverso il programma inizialmente chiamato WFIRST, è arrivato il Roman Space Telescope. I documenti NASA del 2012 sull’hardware NRO.
Ma lo specchio che vola oggi non è semplicemente quello ricevuto quattordici anni fa.
La NASA ne ha modificato forma e superficie per adattarlo agli obiettivi scientifici di Roman. È stato inoltre rivestito con uno strato d’argento spesso meno di 400 nanometri, scelto perché particolarmente efficace nel riflettere la luce del vicino infrarosso. La superficie è stata lavorata fino a ottenere irregolarità medie di appena 1,2 nanometri. NASA racconta qui come è stato modificato lo specchio di Roman.
Intorno a quello specchio è poi arrivato tutto il resto: struttura, sistemi termici, elettronica, spacecraft, il Wide Field Instrument e il Coronagraph Instrument.
Più che un satellite spia riciclato, Roman è quindi un caso affascinante di tecnologia nata per un settore e reinventata per fare qualcosa di completamente diverso.
Roman ha uno specchio grande come Hubble. La somiglianza finisce quasi qui
Lo specchio principale di Roman misura 2,4 metri di diametro, esattamente come quello di Hubble.
La conseguenza intuitiva sarebbe aspettarsi due telescopi dalle capacità abbastanza simili. In realtà Roman è stato progettato con una filosofia quasi opposta.
Hubble osserva porzioni relativamente piccole di cielo con enorme dettaglio. Roman utilizzerà il suo Wide Field Instrument da 288 megapixel per catturare, in una singola esposizione, un campo visivo di circa 0,28 gradi quadrati.
È almeno 100 volte più grande di quello di Hubble mantenendo una risoluzione simile nel vicino infrarosso. NASA confronta direttamente Roman e Hubble.
Pensiamoli come due obiettivi fotografici.
Hubble è il telescopio. Roman è il grandangolo.

Hubble è straordinario quando vuoi osservare con attenzione un soggetto. Roman nasce per vedere contemporaneamente una quantità enorme di cielo e ripetere rapidamente l’operazione.
Nei suoi primi cinque anni, secondo la NASA, Roman dovrebbe fotografare circa 50 volte più cielo di quanto Hubble abbia osservato nei suoi primi trent’anni. E la NASA stima una velocità di survey fino a mille volte superiore.
Non significa che Roman sia “mille volte migliore”. Significa che è ottimizzato per un lavoro diverso.
Ed è proprio questo il punto.
Roman, Hubble e James Webb faranno mestieri diversi
Anche il confronto con il James Webb Space Telescope può essere fuorviante.
Il gigantesco specchio di Webb misura 6,5 metri, contro i 2,4 metri di Roman. Webb raccoglie più luce e può spingersi molto più lontano nell’infrarosso, osservando oggetti estremamente deboli e remoti con un livello di dettaglio che Roman non cerca di eguagliare.
Roman compensa con la superficie osservabile.
Secondo la NASA, le sue immagini potranno coprire un’area circa 50 volte più grande rispetto a Webb. Il confronto ufficiale NASA tra Roman e Webb.
| Telescopio | Il suo punto di forza |
|---|---|
| Hubble | Dettaglio nel visibile, ultravioletto e vicino infrarosso |
| James Webb | Sensibilità e profondità nell’infrarosso |
| Roman | Enormi survey panoramiche ad alta risoluzione |
In pratica Roman potrà individuare popolazioni, strutture ed eventi interessanti su enormi regioni del cielo. Hubble e soprattutto Webb potranno poi concentrarsi su alcuni di questi bersagli.
Roman non nasce per sostituirli.
Nasce per dare loro una mappa molto più grande in cui cercare.
Come si studia qualcosa che non possiamo vedere?
Uno degli obiettivi principali di Roman riguarda due cose dal nome suggestivo ma dalla natura ancora misteriosa: materia oscura ed energia oscura.
La materia oscura non emette luce. Non possiamo fotografarla come fotografiamo una galassia.
Possiamo però osservarne gli effetti gravitazionali.
Roman misurerà piccolissime deformazioni nelle immagini di milioni di galassie lontane causate dal fenomeno del weak gravitational lensing. La gravità della materia presente lungo il percorso modifica leggermente la traiettoria della luce, lasciando una sorta di impronta indiretta.
Analizzandola statisticamente su enormi quantità di galassie, gli astronomi potranno ricostruire con maggiore precisione come la materia, visibile e invisibile, è distribuita nell’Universo. Come Roman studierà la materia oscura.
Per l’energia oscura il problema è ancora più sottile.
Sappiamo che l’espansione dell’Universo sta accelerando, ma non sappiamo con certezza perché.
Roman combinerà diversi strumenti cosmologici: weak lensing, supernovae di tipo Ia e oscillazioni acustiche barioniche, le tracce lasciate da antiche onde di pressione nell’Universo primordiale. NASA spiega come Roman studierà l’energia oscura.
L’obiettivo non è “fotografare l’energia oscura”. È misurare con una precisione molto maggiore come l’Universo si è espanso e come le sue strutture sono cresciute nel tempo.
E magari scoprire che qualcosa, nei nostri modelli attuali, non torna.
Una fabbrica di esopianeti
Poi ci sono i pianeti.
Roman osserverà ripetutamente circa 100 milioni di stelle verso le regioni centrali della Via Lattea utilizzando soprattutto una tecnica chiamata microlensing gravitazionale.
Quando una stella passa quasi perfettamente davanti a un’altra, la sua gravità può comportarsi come una lente e amplificare temporaneamente la luce proveniente dalla stella più distante. Se intorno alla stella in primo piano orbita un pianeta, anche la sua gravità può lasciare una piccola firma nel segnale.
Sono allineamenti rari e spesso brevi. Per intercettarli bisogna controllare tantissime stelle, continuamente.
Ed è esattamente il genere di lavoro per cui Roman è stato costruito.
NASA prevede che la survey possa individuare circa 2.500 pianeti attraverso il microlensing, compresi mondi relativamente lontani dalle proprie stelle e persino pianeti solitari che vagano nella galassia senza orbitare attorno a nessun astro. La ricerca di esopianeti con Roman.
Ma c’è un effetto collaterale interessante.
Osservando così tante stelle per così tanto tempo, Roman potrà individuare anche i piccoli cali periodici di luminosità prodotti dai pianeti che transitano davanti alla propria stella.
Le stime attuali parlano di circa 100.000 possibili esopianeti rilevati attraverso i transiti. La stima NASA sui 100.000 pianeti.
È importante però leggere correttamente questi numeri: sono previsioni scientifiche della missione, non pianeti già scoperti.
Roman è appena partito.
E poi c’è uno strumento che prova a cancellare una stella
A bordo di Roman viaggia anche il Coronagraph Instrument.
Il principio è quasi brutale nella sua semplicità: se una stella è miliardi di volte più luminosa del pianeta che le orbita vicino, bisogna trovare un modo per bloccare con estrema precisione quella luce e lasciare emergere il debole bagliore del pianeta.
Far funzionare questa idea nello spazio, però, è tutt’altro che semplice.
Il coronografo di Roman utilizza maschere, filtri e specchi deformabili per correggere minuscole imperfezioni nel fronte d’onda della luce. Dovrebbe permettere di fotografare direttamente pianeti simili a Giove che orbitano intorno a stelle relativamente vicine. Come funziona il Roman Coronagraph.
Qui serve un’altra distinzione importante.
Il coronografo non è lo strumento scientifico principale della missione. È soprattutto una dimostrazione tecnologica.
Se funzionerà come previsto, potrà fornire esperienza preziosa per osservatori futuri come l’Habitable Worlds Observatory, pensato per affrontare una sfida ancora più difficile: osservare direttamente mondi simili alla Terra intorno a stelle simili al Sole.
Roman, quindi, non parte alla ricerca di “Terra 2”.
Potrebbe però aiutare a costruire la tecnologia che un giorno proverà a farlo.
1,4 terabyte al giorno: il problema diventa trovare ciò che conta
C’è infine un dettaglio che racconta forse meglio di tutti la scala della missione.
Una volta operativo, Roman dovrebbe trasmettere circa 1,4 terabyte di dati scientifici al giorno: secondo la NASA sarà il data rate più elevato mai prodotto finora da una sua missione astrofisica. I dati della missione dopo il lancio.
Il problema non sarà più soltanto ottenere le immagini.
Sarà difficile capire che cosa cercare dentro una quantità di informazioni così grande.
NASA prevede che machine learning, intelligenza artificiale e citizen science contribuiscano a setacciare i dati e a segnalare oggetti o fenomeni interessanti agli astronomi.
È uno dei cambiamenti più profondi dell’astronomia moderna: quando un telescopio diventa capace di osservare una parte enorme del cielo con grande dettaglio, anche il modo di fare scienza deve cambiare.
Non si studiano soltanto gli oggetti che abbiamo deciso in anticipo di cercare.
Si costruiscono enormi archivi del cielo nei quali qualcuno — o qualche algoritmo — potrebbe accorgersi di qualcosa che nessuno aveva previsto.
Roman è partito. Adesso deve arrivare a destinazione
Il lancio del 30 agosto è andato secondo programma. Roman si è separato dal secondo stadio del Falcon Heavy e ha stabilito le comunicazioni con la Terra; la NASA ha inoltre confermato il corretto dispiegamento dei pannelli solari e della parte inferiore dello schermo solare.
Ora il telescopio sta affrontando un viaggio di circa tre mesi verso un’orbita attorno al punto lagrangiano Sun-Earth L2, la stessa regione dello spazio utilizzata dal James Webb.
Durante questo periodo verranno attivati e calibrati progressivamente gli strumenti.
Se tutto procederà come previsto, NASA conta di pubblicare le prime immagini di Roman all’inizio del 2027.
Ed è probabilmente allora che cominceremo a capire davvero che tipo di osservatorio abbiamo mandato nello spazio.
Perché la parte più affascinante della storia di Roman non è che una tecnologia sviluppata nel mondo della ricognizione sia stata riutilizzata.
È che qualcuno abbia deciso di farle una domanda completamente diversa.
Prima serviva a guardare con grande precisione verso il basso.
Ora quello stesso specchio è rivolto nella direzione opposta.
E davanti a sé ha praticamente tutto l’Universo.
Domande frequenti sul Roman Space Telescope
No. Roman non è semplicemente un satellite spia riconvertito. La NASA ricevette dal National Reconnaissance Office hardware relativo a due telescopi spaziali e Roman utilizza uno specchio primario da 2,4 metri derivato da quell’hardware, poi modificato per gli obiettivi scientifici della missione.
Il Nancy Grace Roman Space Telescope è stato lanciato il 30 agosto 2026 dal Kennedy Space Center a bordo di un razzo SpaceX Falcon Heavy.
Roman e Hubble hanno entrambi uno specchio principale da 2,4 metri, ma Roman ha un campo visivo almeno 100 volte più ampio nel vicino infrarosso. Hubble è più adatto a osservazioni mirate, mentre Roman è progettato per grandi survey del cielo.
Non in senso assoluto. James Webb possiede uno specchio molto più grande ed è più sensibile agli oggetti deboli e alle lunghezze d’onda infrarosse maggiori. Roman è invece progettato per osservare rapidamente regioni di cielo molto più estese.
NASA prevede circa 2.500 pianeti individuati attraverso il microlensing gravitazionale. Gli stessi dati potrebbero inoltre rivelare circa 100.000 pianeti attraverso il metodo dei transiti. Si tratta di stime, non di risultati già ottenuti.
Dopo il viaggio verso L2 e la fase di commissioning e calibrazione, NASA prevede di pubblicare le prime immagini all’inizio del 2027.




