Per anni abbiamo usato ChatGPT più o meno nello stesso modo: aprire una finestra, scrivere una domanda e aspettare una risposta.
Funziona ancora così, naturalmente. Ma nel frattempo attorno a quella finestra è cresciuto qualcos’altro.
ChatGPT può tenere insieme le conversazioni e i file di un progetto, lavorare su documenti e fogli di calcolo, accedere — con le autorizzazioni necessarie — ad alcuni servizi esterni, creare materiali utilizzabili e svolgere attività programmate anche quando non siamo davanti allo schermo.
La differenza sembra sottile. In realtà cambia il ruolo stesso dell’intelligenza artificiale.
Un chatbot aspetta una domanda. Un assistente conosce il contesto. Un agente può anche fare qualcosa.
Ed è proprio verso gli ultimi due territori che ChatGPT si sta spostando.
Prima dimenticava il lavoro. Ora può organizzarlo in un progetto
Uno dei limiti più evidenti delle prime conversazioni con i chatbot era la frammentazione.
Immaginiamo di utilizzare ChatGPT per organizzare un viaggio, preparare una ricerca o lavorare per settimane allo stesso progetto. Prima o poi serviva recuperare una vecchia conversazione, ricaricare un documento o spiegare nuovamente ciò che stavamo facendo.
I Projects di ChatGPT affrontano proprio questo problema.
Un Project riunisce nello stesso spazio chat, file di riferimento e istruzioni specifiche. OpenAI li descrive come aree di lavoro pensate per attività di lunga durata, nelle quali memoria e contesto permettono di riprendere un lavoro senza ricominciare ogni volta da zero. I Projects risultano disponibili globalmente sia sugli account gratuiti sia su quelli a pagamento; alcune possibilità collaborative dipendono invece dal tipo di piano.
La differenza pratica è facile da capire.
Se stiamo ristrutturando una casa, per esempio, possiamo raccogliere nello stesso progetto preventivi, appunti, fotografie e conversazioni. Se stiamo preparando un piano marketing, possiamo conservare brief, dati, bozze e indicazioni editoriali.
ChatGPT non diventa improvvisamente infallibile. Ma smette almeno di essere necessariamente una pagina bianca a ogni nuova conversazione.
Il prompt non è più l’unica cosa che possiamo dargli
Un altro cambiamento importante riguarda il materiale su cui l’AI può lavorare.
Non dobbiamo sempre trasformare tutto in una lunga spiegazione testuale. Possiamo fornirle direttamente documenti, immagini, PDF o fogli di calcolo e chiedere di interpretarli, confrontarli o utilizzarli come base del lavoro.
Nei Projects, per esempio, i file caricati diventano parte del contesto disponibile alle conversazioni del progetto.
È una piccola rivoluzione nel modo di formulare le richieste.
Prima chiedevamo:
“Come potrei analizzare questi dati?”
Sempre più spesso possiamo dire:
“Ecco i dati. Aiutami ad analizzarli.”
Non è una differenza puramente linguistica. Sposta parte del lavoro dall’utente alla macchina.
E soprattutto riduce l’importanza di quella disciplina quasi esoterica che per qualche anno abbiamo chiamato prompt engineering: il tentativo di racchiudere in un unico messaggio tutto il contesto necessario.
Le app portano dentro ChatGPT informazioni che stanno altrove
Il passo successivo consiste nel non dover caricare manualmente neppure tutti quei dati.
ChatGPT dispone di integrazioni con servizi esterni. Nel luglio 2026 OpenAI ha trasferito la precedente directory delle app nella Plugin Directory: oggi i plugin costituiscono il principale punto di accesso ai workflow, mentre le app rimangono le integrazioni sottostanti che collegano ChatGPT o Codex a informazioni e azioni esterne.
A seconda dell’integrazione disponibile, ChatGPT può quindi cercare informazioni in servizi collegati, utilizzare quei dati nella conversazione e, in alcuni casi, eseguire azioni supportate.
Tra gli esempi indicati da OpenAI ci sono servizi come Google Drive e Slack. La disponibilità effettiva dipende però dall’app, dal piano, dalla regione, dal modello e dalle impostazioni dell’account o dell’area di lavoro.
È questo dettaglio a rendere l’evoluzione interessante.
Il chatbot tradizionale conosce ciò che gli raccontiamo.
Un assistente collegato ai nostri strumenti può, entro i permessi che gli abbiamo concesso, andare a cercare parte del contesto necessario.
Ed è anche il momento in cui iniziano le domande più scomode sui dati e sulle autorizzazioni. Ci torneremo tra poco.
Con ChatGPT Work cambia la richiesta: non una risposta, ma un risultato
L’evoluzione diventa ancora più evidente con ChatGPT Work.
OpenAI presenta ChatGPT Work come un ambiente per affrontare attività più articolate, utilizzando contesto, strumenti collegati e materiali di lavoro per produrre un risultato concreto.
Un esempio fornito dalla stessa OpenAI Academy è illuminante: invece di partire da un prompt vuoto, si possono fornire calendari, email, documenti, dashboard, fogli di calcolo, presentazioni o cronologie di discussioni e chiedere a Work di trasformarli in una prima versione utilizzabile di un brief, un aggiornamento settimanale, un memo decisionale, una presentazione, una revisione finanziaria o un documento di processo.
In altre parole, si passa gradualmente da:
“Spiegami come dovrei fare questo lavoro.”
a:
“Usa questi materiali e prepara una prima versione del lavoro.”
La supervisione umana resta necessaria. Ma il punto di partenza è completamente diverso.

La scala dell’autonomia
| Livello | Cosa forniamo | Cosa otteniamo |
|---|---|---|
| Chat | Fai la domanda | Risponde |
| Projects | Aggiungi file e contesto | Lavora sul materiale nel tempo |
| App collegate | Autorizzi l’accesso a servizi esterni | Recupera informazioni e agisce |
| Work | Dai un obiettivo | Porta a termine un lavoro completo |
| Attività programmate | Imposti un evento o una scadenza | Interviene anche da solo, in seguito |
Il vero salto non consiste quindi soltanto nell’avere un modello linguistico più capace.
Consiste nell’aumentare progressivamente il contesto che può utilizzare e l’autonomia che siamo disposti a concedergli.
ChatGPT può lavorare anche quando abbiamo chiuso la conversazione
Qui il confine con il vecchio chatbot diventa ancora più evidente.
Le attività programmate di ChatGPT permettono di impostare operazioni una tantum o ricorrenti, oppure chiedere al sistema di controllare periodicamente se qualcosa è cambiato e avvisarci quando emerge un aggiornamento rilevante.
Un promemoria è l’esempio più semplice.
Ma si può chiedere anche di verificare regolarmente una determinata situazione, preparare aggiornamenti periodici o monitorare una condizione.
Al 31 agosto 2026 le attività programmate risultano disponibili, con modalità e limiti differenti, anche su Free e Go oltre che sui piani a pagamento. Per esempio, i piani gratuiti hanno vincoli più restrittivi sulla frequenza, mentre i piani a pagamento idonei possono arrivare a esecuzioni orarie e orari precisi.
Esistono inoltre attività attivate da eventi.
Per gli utenti e i piani supportati, Work può reagire ad alcuni eventi provenienti da Gmail, Slack o GitHub: per esempio l’arrivo di una determinata email, un nuovo messaggio in un canale Slack oppure alcune attività relative a una pull request. Queste automazioni richiedono Work, le app collegate e le relative autorizzazioni.
Il vecchio schema era:
persona → domanda → AI → risposta
Quello nuovo può diventare:
evento → AI → analisi → eventuale azione o notifica → persona
A quel punto la parola “chatbot” comincia effettivamente a stare stretta.
C’è però una limitazione interessante da conoscere: se creiamo un’attività programmata all’interno di un Project, l’attività non può utilizzare automaticamente i file caricati nel Project. È un buon esempio del motivo per cui non conviene immaginare ChatGPT come un unico cervello senza confini: le diverse funzioni hanno ancora regole e perimetri specifici.
Più autonomia significa anche più permessi
Fin qui sembra tutto molto comodo.
Poi arriva la domanda inevitabile.
Quante chiavi vogliamo consegnare a un’intelligenza artificiale?
Se ChatGPT deve cercare qualcosa nella nostra email, deve poter leggere almeno alcune informazioni della casella.
Se deve modificare un elemento in un servizio collegato, deve avere l’autorizzazione per farlo.
Se deve reagire automaticamente a un evento, quella connessione deve continuare a esistere anche quando non siamo davanti alla chat.
OpenAI prevede diversi livelli di autorizzazione per le app. L’impostazione predefinita può consentire la lettura automatica dei dati collegati e richiedere invece una conferma prima delle cosiddette “azioni importanti”, cioè operazioni con effetti significativi all’esterno di ChatGPT, potenzialmente sensibili o difficili da annullare. Le possibilità concrete dipendono comunque dall’app e dall’account.
Il problema non riguarda soltanto OpenAI.
Il NIST statunitense sta studiando specificamente la sicurezza degli agenti AI. In una ricerca pubblicata nel marzo 2026 ha evidenziato il rischio dell’indirect prompt injection: istruzioni malevole possono essere nascoste nei dati che un agente consulta — per esempio una pagina web, un’email o un repository — nel tentativo di spingerlo verso comportamenti non desiderati.
Più un agente ha accesso a dati e strumenti, più diventa importante controllare cosa può vedere e soprattutto cosa può fare.
È un tema che abbiamo già affrontato su InnovativaMENTE parlando di agenti AI, permessi e controllo umano.
La regola prudente rimane sorprendentemente tradizionale: dare a ogni strumento soltanto i permessi di cui ha realmente bisogno.
Forse il futuro non appartiene al “prompt perfetto”
Per qualche anno abbiamo cercato formule sempre più sofisticate per parlare con l’intelligenza artificiale.
“Agisci come…”
“Segui questi sette passaggi…”
“Considera queste trenta regole…”
Prompt lunghi quanto piccoli manuali operativi.
Non spariranno. Le istruzioni chiare continueranno a fare la differenza.
Ma se il sistema conosce già il progetto, dispone dei documenti necessari, può consultare strumenti autorizzati e conserva istruzioni persistenti, una parte di quel lavoro diventa meno importante.
La competenza fondamentale potrebbe quindi spostarsi.
Da:
“Qual è il prompt giusto?”
a:
“Qual è il risultato che voglio ottenere, quali informazioni servono e quanto controllo sono disposto a delegare?”
È una domanda meno spettacolare, ma probabilmente più importante.
ChatGPT è già un vero assistente personale?
Non ancora nel senso fantascientifico del termine.
Le funzioni disponibili variano tra piani, account, piattaforme, regioni e servizi collegati. Alcune operazioni richiedono ancora approvazioni esplicite. Le diverse modalità di ChatGPT non condividono necessariamente tutto il contesto tra loro.
E soprattutto resta un problema molto umano: un risultato ben presentato può comunque essere sbagliato.
Un report può contenere un numero interpretato male. Un riassunto può perdere un passaggio importante. Una ricerca può partire da una fonte debole. Un’automazione, se impostata male, può semplicemente ripetere un errore con grande efficienza.
L’aumento dell’autonomia non elimina quindi il giudizio umano.
Lo sposta.
Dovremo probabilmente dedicare meno tempo ad alcune operazioni meccaniche e più attenzione a quattro cose: cosa delegare, quali informazioni mettere a disposizione, quali permessi concedere e quali risultati controllare.
È questo, più dell’ennesimo salto nei benchmark, il cambiamento interessante.
ChatGPT sta smettendo di essere soltanto il posto dove andiamo quando abbiamo una domanda.
Sta diventando anche uno dei posti da cui possiamo far partire un lavoro.
E a quel punto la domanda più interessante non è più “cosa può fare ChatGPT?”.
È un’altra:
quanto siamo davvero pronti a lasciargli fare?
Domande frequenti
ChatGPT è ancora soltanto un chatbot?
No. La conversazione rimane il cuore di ChatGPT, ma funzioni come Projects, plugin, Work e attività programmate gli permettono anche di mantenere contesto, utilizzare servizi collegati e svolgere alcuni workflow in più passaggi.
Che cosa sono i Projects di ChatGPT?
I Projects sono spazi dedicati a lavori continuativi. Possono raccogliere conversazioni, file e istruzioni relative allo stesso progetto, riducendo la necessità di ricostruire ogni volta il contesto.
ChatGPT può leggere email e file?
Può lavorare sui file forniti dall’utente e, quando sono disponibili e autorizzate le relative integrazioni, utilizzare dati provenienti da servizi esterni. L’accesso effettivo dipende dall’app, dal piano, dalla regione e dalle autorizzazioni concesse.
ChatGPT può lavorare automaticamente?
Sì, entro determinati limiti. Le attività programmate permettono operazioni una tantum, ricorrenti e di monitoraggio; per alcuni piani e servizi esistono anche attività che reagiscono a eventi provenienti da Gmail, Slack o GitHub.
Le attività programmate di ChatGPT funzionano anche con il piano gratuito?
Sì, secondo la documentazione OpenAI aggiornata al 2026 anche gli utenti Free possono utilizzare alcune attività programmate, ma con limiti più restrittivi rispetto ai piani a pagamento. Le attività attivate da eventi richiedono invece Work e un piano idoneo.
È sicuro collegare ChatGPT a email e altri servizi?
Dipende dagli accessi concessi e dal modo in cui vengono utilizzati. È consigliabile limitare i permessi a quelli realmente necessari e controllare con particolare attenzione le azioni che modificano o inviano dati. Sistemi agentici con accesso a fonti esterne possono inoltre essere esposti a rischi come l’indirect prompt injection.




