Le app potrebbero sparire? L’AI vuole diventare l’interfaccia di tutto

Le app non stanno necessariamente per sparire, ma l’intelligenza artificiale potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui le usiamo. Gli agenti AI promettono di trasformare le nostre intenzioni in azioni, coordinando servizi e applicazioni senza costringerci ad aprirle una per una.

Sono le otto del mattino. Apri il calendario per controllare il primo appuntamento, poi il meteo, Maps per capire quanto traffico troverai, Gmail per recuperare un indirizzo e WhatsApp per avvisare qualcuno che potresti essere in ritardo. Cinque applicazioni per organizzare una parte della giornata.

Da quasi vent’anni ci sembra perfettamente normale. Abbiamo imparato che, per ottenere qualcosa da uno smartphone, dobbiamo sapere quale app aprire, dove trovare la funzione giusta e quali pulsanti premere.

L’intelligenza artificiale potrebbe ribaltare questo rapporto. Immagina di dire semplicemente: “Domani devo essere a Milano alle 9. Controlla i miei impegni, dimmi quando devo partire e, se rischio di arrivare tardi, avvisa Marco.” Poi metti via il telefono.

Calendario, mappe e messaggistica continuerebbero a esistere. La vera domanda è un’altra: saremmo ancora noi a usarli direttamente?

JPMorganChase ha sintetizzato uno dei trend tecnologici del 2026 con una frase particolarmente efficace: “Intent is the new interface”. L’intenzione diventa l’interfaccia. L’idea è che potremmo progressivamente smettere di saltare da un’app all’altra e limitarci a spiegare al computer che cosa vogliamo ottenere.

Le app, quindi, stanno per sparire? Probabilmente no. Ma potrebbero smettere di essere il posto in cui andiamo ogni volta che vogliamo fare qualcosa.

Per anni siamo stati noi a imparare il linguaggio dei computer

Ripensandoci, è piuttosto curioso. Abbiamo passato decenni ad adattarci alle macchine: prima abbiamo imparato comandi da digitare, poi finestre, menu e cartelle. Con gli smartphone sono arrivate le app, una per parlare, una per orientarci, una per comprare, una per pagare, una per lavorare.

Il principio, però, è rimasto quasi sempre lo stesso: il software mette a disposizione delle funzioni e noi dobbiamo capire come usarle.

L’AI generativa ha iniziato a cambiare questo rapporto permettendoci di utilizzare il linguaggio naturale. Con gli agenti AI compare però un passaggio ulteriore: non devono soltanto rispondere alle nostre domande, ma possono utilizzare strumenti e provare a compiere azioni per raggiungere un obiettivo.

La differenza è semplice da capire. Un chatbot può spiegarti come prenotare un ristorante. Un agente può cercarlo, confrontare le alternative e arrivare fino alla prenotazione, fermandosi idealmente quando serve la tua conferma.

Ed è proprio qui che la parola “app” comincia a perdere una parte della sua importanza.

Da “quale app apro?” a “cosa voglio ottenere?”

Microsoft immagina uno scenario in cui gli agenti diventano un nuovo livello tra noi e il software. Le applicazioni non scompaiono: continuano a custodire dati, regole, permessi e funzioni. Ma invece di essere sempre una destinazione che dobbiamo aprire, possono diventare servizi utilizzati dall’agente dietro le quinte.

Pensiamo a una cosa semplicissima. Oggi, per organizzare una cena, potremmo dover aprire il calendario, scrivere nel gruppo WhatsApp, cercare un ristorante, controllarne la posizione, prenotare e aggiungere l’appuntamento.

Infografica che confronta l’uso di più app oggi con un agente AI che coordina i servizi al posto dell’utente
Oggi siamo noi a passare da un’app all’altra. Gli agenti AI potrebbero coordinare gli stessi servizi partendo direttamente dal risultato che vogliamo ottenere, mantenendo però il controllo umano sulle azioni importanti.

Domani potremmo dire: “Organizza una cena sabato sera con gli amici di Milano. Cerca un ristorante tranquillo che piaccia al gruppo e proponimi tre alternative.”

Il cambiamento non sta nel fatto che Maps, il calendario o il servizio di prenotazione siano scomparsi. Sta nel fatto che noi non abbiamo dovuto occuparcene uno per uno.

Agente AI che coordina calendario, mappe, ristorante, trasporti e pagamenti
L’utente indica il risultato che vuole ottenere; l’agente AI può coordinare diversi servizi per raggiungerlo.

Una parte di questo futuro esiste già

Qui bisogna stare attenti a non trasformare una tendenza in fantascienza. Non esiste ancora un assistente universale capace di utilizzare perfettamente qualsiasi servizio digitale al posto nostro, ma alcuni pezzi del puzzle sono già visibili.

Le app collegate a ChatGPT, per esempio, possono permettere al sistema di cercare informazioni in servizi esterni e, quando l’integrazione lo consente, anche di creare o modificare informazioni.
I permessi stabiliscono quando ChatGPT deve chiedere conferma prima di eseguire un’azione con effetti reali.

Google si è spinta ancora più vicino al concetto di agente operativo con una funzione beta di Gemini che, su alcuni dispositivi e in determinate aree geografiche, può svolgere attività composte da più passaggi all’interno di applicazioni Android. Tra gli esempi indicati da Google ci sono prenotazioni, acquisti e altre operazioni eseguite direttamente nelle app.

Non siamo ancora al “fai tutto tu”. Ma siamo decisamente oltre il semplice “dimmi come si fa”.

Il vero affare potrebbe non essere l’AI, ma i servizi che sceglierà

Ed eccoci alla parte forse più interessante. Oggi moltissime aziende combattono per conquistare la nostra attenzione: scarica la nostra app, attiva le notifiche, registrati, torna ogni giorno, rimani nel nostro ecosistema.

Ma cosa succede se cominciamo a interagire soprattutto con un agente?

Supponiamo di chiedere: “Trovami un hotel tranquillo nel centro di Firenze per sabato, massimo 180 euro, con parcheggio.” Potremmo non aprire Booking, non aprire Expedia e forse non visitare neppure il sito degli hotel. Potremmo vedere direttamente tre proposte selezionate dall’AI.

Se è l’AI a scegliere cosa mostrarci, chi controlla davvero il cliente?

Per anni le aziende hanno cercato di conquistare la prima pagina di Google, le prime posizioni negli app store e uno spazio permanente sulla schermata del nostro telefono.

Nel prossimo futuro potrebbero dover conquistare qualcos’altro: la fiducia degli agenti che selezioneranno prodotti e servizi per conto nostro.

Prezzo, disponibilità, reputazione, condizioni di vendita, affidabilità e qualità dei dati potrebbero diventare elementi che un’AI utilizza per decidere cosa proporre. È ancora presto per sapere quali saranno davvero le regole di questo mercato, ma se gli agenti diventassero uno dei principali punti di accesso ai servizi digitali, il cambiamento economico sarebbe notevole.

Il rapporto potrebbe non essere più soltanto azienda → cliente, ma sempre più spesso azienda → agente AI → cliente. A quel punto avere l’app migliore potrebbe contare meno di essere il servizio che l’agente decide di utilizzare.

C’è solo un piccolo problema: dobbiamo fidarci

Finché un’intelligenza artificiale sbaglia una risposta, possiamo correggerla. Quando comincia ad agire al posto nostro, la situazione cambia.

Supponiamo di chiedere: “Ordina di nuovo la spesa della settimana scorsa.” È comodo, almeno finché l’agente non modifica l’indirizzo sbagliato, compra dieci confezioni invece di una oppure completa un acquisto che avremmo preferito controllare.

Non è soltanto un rischio teorico. Nella documentazione relativa alla propria screen automation, Google avverte esplicitamente che Gemini può commettere errori e produrre risultati inattesi, inclusi acquisti o quantità sbagliate. Per alcune operazioni il sistema può quindi fermarsi e chiedere all’utente di riprendere il controllo o confermare ciò che sta per accadere.

Ed è questo il paradosso degli agenti: più diventano utili, più dobbiamo concedere loro accesso. Calendario, messaggi, documenti, acquisti, dati personali e forse, in alcuni casi, sistemi di pagamento.

Il problema non sarà soltanto capire se l’AI è abbastanza intelligente. Dovremo stabilire quando può agire da sola e quando deve fermarsi e chiedere il permesso.

Non a caso il NIST ha lanciato nel 2026 un’iniziativa dedicata agli standard per gli agenti AI, con l’obiettivo di favorire sistemi capaci di agire in modo sicuro per conto degli utenti e di comunicare correttamente tra loro.

Dietro un tema apparentemente tecnico c’è quindi una domanda molto semplice: quanto siamo disposti a lasciare fare al computer al posto nostro?

Quindi le app spariranno?

Qualcuno ne è convinto. Nel marzo 2026 Carl Pei, cofondatore e CEO di Nothing, ha sostenuto che nel lungo periodo le app potrebbero scomparire dal modo in cui utilizziamo gli smartphone, sostituite da sistemi AI capaci di comprendere le nostre intenzioni. Pei stesso ha però precisato che non si tratta di un cambiamento imminente.

Ci sono inoltre ottime ragioni per pensare che molte applicazioni rimarranno. Provate a immaginare di montare un video professionale esclusivamente dicendo: “No, taglia un po’ più a sinistra. No, non così. Torna indietro. Un pochino più avanti.” Dopo cinque minuti probabilmente vorremmo di nuovo una timeline e un mouse.

Lo stesso vale per fotografia, progettazione, fogli di calcolo complessi, videogiochi e molte attività creative. Le interfacce visuali non sono un errore da correggere: spesso sono semplicemente il modo migliore per avere precisione e controllo.

Per questo il futuro più credibile non sembra uno smartphone completamente vuoto. È piuttosto un mondo nel quale scegliamo quando usare un’app e quando lasciare che sia l’AI a usarla per noi.

Il cambiamento più importante potrebbe essere quasi invisibile

Confrontiamo ancora una volta due richieste. Oggi potremmo pensare: “Apri il calendario, controlla l’appuntamento, vai su Maps, guarda il traffico, torna su WhatsApp e scrivi a Marco se sei in ritardo.” Domani potrebbe bastare: “Controlla se arriverò puntuale. Se no, avvisa Marco.”

Il risultato è quasi lo stesso, ma nel secondo caso non dobbiamo conoscere il procedimento. Ed è forse questo il passaggio davvero importante.

Per decenni abbiamo imparato a usare il software. Ora il software sta lentamente imparando a usare se stesso per noi.

Le app probabilmente non spariranno domani e forse non spariranno mai. Potrebbero però diventare come molte tecnologie che utilizziamo ogni giorno senza pensarci: fondamentali, ma invisibili.

La prossima volta che apriamo un’app soltanto per premere tre pulsanti e ottenere qualcosa che sapevamo già di volere, vale quindi la pena farsi una domanda: sono io che sto usando uno strumento, oppure sto facendo un lavoro che presto lo strumento potrebbe fare al posto mio?

Domande frequenti

Cosa significa “Intent is the new interface”?

Significa passare da un modello in cui l’utente deve indicare al software ogni singolo passaggio a uno in cui descrive soprattutto il risultato desiderato. L’AI prova poi a scegliere e coordinare gli strumenti necessari. JPMorganChase considera questa evoluzione uno dei trend tecnologici del 2026.

Che cosa sono gli agenti AI?

Gli agenti AI sono sistemi capaci non soltanto di generare informazioni, ma anche di utilizzare strumenti e compiere determinate azioni per raggiungere un obiettivo. Il loro livello di autonomia dipende dal sistema, dai permessi concessi e dal tipo di operazione.

Le app spariranno davvero?

Non ci sono elementi per affermarlo. È più plausibile che molte applicazioni continuino a esistere, ma che per alcune attività non sia più necessario aprirle direttamente: potrebbero essere gli agenti AI a utilizzare i servizi sottostanti per conto dell’utente.

Esistono già AI che utilizzano altre applicazioni?

Sì. Sistemi come ChatGPT e Gemini possono già interagire con alcuni servizi esterni e, in determinate condizioni, eseguire azioni. Le funzioni disponibili cambiano però in base al servizio, al dispositivo, al Paese e ai permessi concessi dall’utente.

Qual è il principale ostacolo agli agenti AI?

Non è soltanto la capacità dell’AI di comprendere una richiesta. Quando un agente può agire realmente, diventano fondamentali affidabilità, autorizzazioni, identità, sicurezza e possibilità per l’utente di mantenere il controllo sulle operazioni più importanti.

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Daniele Pirotta
Daniele Pirotta

Appassionato di tecnologia, innovazione e design, seguo con curiosità le idee, i prodotti e le tecnologie che stanno cambiando il nostro modo di vivere, lavorare e comunicare. Mi piace approfondire le innovazioni più interessanti e raccontarle con un linguaggio semplice, chiaro e concreto, rendendole accessibili anche a chi non è un esperto.

Da sempre sono affascinato da tutto ciò che unisce creatività e tecnologia: dall’intelligenza artificiale ai gadget più innovativi, dalla mobilità del futuro alla domotica, fino alle startup che cercano di trasformare un’idea in realtà.

Accanto alla tecnologia coltivo una grande passione per la musica. Ho studiato pianoforte presso il Conservatorio “Antonio Scontrino” di Trapani e continuo a divertirmi componendo musica e trasformando le idee in nuove melodie.

Attraverso InnovativaMENTE condivido curiosità, analisi e approfondimenti sul progresso tecnologico, con l’obiettivo di aiutare i lettori a comprendere le innovazioni di oggi e a immaginare i cambiamenti di domani.

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