Ti svegli, prendi lo smartphone e ancora prima del caffè scopri com’è andata la tua notte.
Sette ore e ventitré minuti di sonno. Un’ora e dodici di sonno profondo. REM un po’ sotto la media. Recupero: 78.
Numeri così precisi sembrano lasciare poco spazio ai dubbi. Eppure c’è una domanda che raramente ci facciamo: come fa un anello al dito, o un orologio al polso, a sapere in quale fase del sonno si trova il nostro cervello?
La risposta è meno scontata di quanto suggeriscano quei grafici così ordinati.
Ed è tornata di attualità dopo una proposta di class action depositata il 20 agosto negli Stati Uniti contro Oura, uno dei marchi più conosciuti nel settore degli smart ring. La causa contesta il modo in cui l’azienda avrebbe presentato l’accuratezza del monitoraggio delle diverse fasi del sonno.
Le accuse devono ancora essere dimostrate e Oura le contesta, difendendo la validità scientifica della propria tecnologia. Ma la questione interessante va ben oltre Oura.
Riguarda praticamente tutti noi che utilizziamo uno smartwatch, uno smart ring o un fitness tracker.
Il tuo smart ring non vede davvero quando stai sognando
Per capire il problema bisogna partire da una distinzione molto semplice.
In un laboratorio specializzato, per analizzare il sonno vengono applicati diversi sensori al corpo. Tra le altre cose, vengono osservati l’attività del cervello, i movimenti degli occhi e l’attività muscolare.
Sono queste informazioni che permettono agli specialisti di distinguere le varie fasi del sonno.
Un anello al dito non può fare la stessa cosa.
Raccoglie invece segnali come battito cardiaco, movimento, temperatura della pelle e, a seconda del dispositivo, altri parametri fisiologici.
Poi entra in gioco il software.
L’algoritmo confronta quello che sta rilevando con enormi quantità di dati e cerca di capire quale sia la spiegazione più probabile: sei sveglio? Stai dormendo? Sei nel sonno profondo? Nella fase REM?
Non sta quindi osservando direttamente la fase del sonno. La sta stimando.
Ed è questa la distinzione più importante dell’intera storia.
Dal sensore al punteggio: quattro cose molto diverse

Quando apriamo l’app al mattino, numeri e grafici vengono presentati tutti nello stesso modo. In realtà non hanno tutti lo stesso significato.
Possiamo immaginare quattro livelli.
1. Quello che il dispositivo rileva
Il sensore registra qualcosa che sta realmente accadendo: per esempio il battito cardiaco o un movimento.
2. Quello che calcola
Partendo da quei segnali può ricavare altre informazioni, come alcune variazioni del battito o una frequenza media.
3. Quello che stima
Il software mette insieme diversi segnali e prova a stabilire, per esempio, se stai dormendo e in quale fase potresti trovarti.
4. Quello che interpreta per te
Infine arriva ciò che vediamo sullo smartphone: Sleep Score, Readiness, Recovery, colori verdi o rossi e magari il suggerimento di andare a letto prima questa sera.
Il problema non è che queste informazioni siano inutili. Al contrario, possono essere molto interessanti.
Il problema nasce quando una stima viene percepita come una misurazione esatta.
Allora Oura sbaglia davvero il sonno?
Qui la risposta diventa interessante: dipende da cosa intendiamo per accuratezza.
Uno degli studi citati nella causa ha analizzato alcuni smart ring su pazienti osservati in un laboratorio del sonno. Nel riconoscimento delle quattro fasi, Oura ha raggiunto un’accuratezza complessiva di circa il 53%.
È un risultato molto lontano dall’idea di uno strumento infallibile.
Ma non racconta tutta la storia.
Altri studi effettuati su persone sane hanno ottenuto risultati sensibilmente migliori. In una ricerca che ha confrontato Oura Ring, Apple Watch e Fitbit con gli strumenti di un laboratorio del sonno, Oura ha raggiunto risultati intorno al 76-80% nel riconoscimento delle diverse fasi.
E quando il compito diventa semplicemente distinguere se una persona sta dormendo oppure è sveglia, i risultati possono superare il 90%.
Non c’è necessariamente una contraddizione.
Cambiano le persone studiate, cambiano le condizioni del test e soprattutto cambia ciò che si sta cercando di riconoscere.
Capire se qualcuno dorme è relativamente semplice.
Capire se in quel preciso momento si trova nel sonno leggero, profondo o REM è molto più difficile.
Ed è proprio qui che una singola percentuale di “accuratezza” rischia di raccontare molto meno di quanto sembri.
Nemmeno gli esperti sono sempre d’accordo
C’è poi un dettaglio sorprendente che aiuta a mettere questi numeri nella giusta prospettiva.
Anche quando una notte viene analizzata in laboratorio, due specialisti possono non classificare ogni momento del sonno esattamente nello stesso modo.
In altre parole, persino il riferimento utilizzato per valutare gli algoritmi non è perfetto.
Questo non significa che un anello sia equivalente a un laboratorio del sonno. Significa qualcosa di più interessante: il sonno è molto più difficile da trasformare in caselle precise di quanto faccia pensare l’app sul nostro smartphone.
Ed è probabilmente questa la lezione più utile della vicenda Oura.
Il vero problema potrebbe essere la precisione apparente
Immaginiamo due messaggi.
Il primo dice:
Probabilmente hai trascorso circa un’ora e venti minuti nel sonno profondo.
Il secondo dice:
Sonno profondo: 1 h 23 min.
Tecnicamente potrebbero derivare dallo stesso algoritmo.
Ma psicologicamente comunicano due cose completamente diverse.
Il primo ci ricorda che siamo davanti a una stima.
Il secondo sembra il risultato di un cronometro.
Ed è qui che il tema diventa molto più grande di Oura.
Smartwatch e wearable stanno diventando sempre più bravi a trasformare segnali complessi del nostro corpo in numeri semplici da capire. È uno dei motivi del loro successo.
Ma più quei numeri diventano precisi nell’aspetto, più diventa facile dimenticare che dietro alcuni di essi c’è un algoritmo che interpreta ciò che i sensori hanno rilevato.
Precisione del numero e certezza del dato non sono la stessa cosa.
Quindi possiamo fidarci del nostro smartwatch?
Sì, ma nel modo giusto.
Un wearable può essere molto utile soprattutto per osservare come cambiano le nostre abitudini nel tempo.
Se per settimane dormiamo meno, se il battito notturno cambia, se gli orari diventano irregolari o se dopo determinate abitudini il nostro riposo sembra sistematicamente peggiore, quei trend possono raccontarci qualcosa di interessante.
Molto meno sensato è preoccuparsi perché martedì notte l’orologio sostiene che abbiamo avuto 47 minuti di sonno profondo invece dei soliti 63.
Una singola notte contiene inevitabilmente più rumore e più possibilità di errore.
E soprattutto un dispositivo consumer non dovrebbe essere utilizzato per autodiagnosticare un disturbo del sonno. Se esiste un problema persistente o un sospetto clinico, il riferimento resta un professionista sanitario.
Forse dovremmo cambiare una sola parola
La causa contro Oura farà il suo percorso e sarà un tribunale, eventualmente, a stabilire se la comunicazione dell’azienda sia stata ingannevole.
Per noi consumatori c’è però già una conclusione utile.
Non dobbiamo smettere di usare smartwatch e smart ring. Dobbiamo semplicemente imparare a distinguere ciò che misurano da ciò che stimano.
Il battito rilevato dal sensore è un dato.
La fase REM mostrata dall’app è una ricostruzione.
Il punteggio con cui l’app giudica la nostra notte è un’interpretazione ancora successiva.
Sono tutte informazioni che possono avere valore. Ma non hanno lo stesso grado di certezza.
La prossima volta che il tuo smart ring ti comunicherà con assoluta precisione che hai dormito profondamente per 1 ora e 17 minuti, quindi, non serve ignorarlo.
Basta aggiungere mentalmente una parola:
“circa”.
E quel numero inizierà immediatamente a raccontare una storia molto più corretta.




