I robot aspirapolvere stanno diventando sempre più bassi. E non è solo una questione di design

I robot aspirapolvere stanno diventando sempre più sottili per raggiungere gli spazi sotto divani e mobili bassi. Ma dietro quei pochi centimetri in meno ci sono sensori retrattili, navigazione più evoluta e un nuovo modo di progettare la pulizia automatica della casa.

Il robot aspirapolvere parte dalla base, attraversa il soggiorno con una sicurezza quasi irritante, gira intorno alle sedie, riconosce il tappeto e torna indietro quando incontra un ostacolo. Poi arriva davanti al divano e si ferma.

Sotto, naturalmente, resta la polvere.

È uno dei piccoli paradossi della pulizia automatica: negli ultimi anni abbiamo riempito questi dispositivi di sensori, laser, telecamere e algoritmi sempre più sofisticati, ma per entrare in uno dei luoghi dove si accumula più sporco devono ancora risolvere un problema molto meno tecnologico. Devono riuscire a passarci fisicamente.

Per anni uno dei componenti che ha reso intelligenti i robot aspirapolvere è stato anche quello che li ha resi più alti: la torretta LiDAR sistemata sopra il corpo. Oggi diversi produttori stanno cercando di farla sparire, abbassarla o sostituirla con altri sistemi di navigazione. Il risultato sono robot sempre più sottili, capaci di raggiungere zone della casa che fino a poco tempo fa restavano fuori dalla pulizia automatica.

Ed è forse un’evoluzione più importante dell’ennesimo record di potenza dichiarato sulla confezione.

Il sensore che ha insegnato ai robot a orientarsi era anche un ostacolo

I primi robot aspirapolvere non erano particolarmente brillanti nel capire dove si trovassero. Alcuni modelli si muovevano seguendo schemi relativamente semplici, cambiando direzione quando incontravano qualcosa e cercando, con una certa perseveranza, di coprire tutta la stanza.

L’arrivo dei sistemi di mappatura ha cambiato radicalmente il comportamento di questi dispositivi. Il LiDAR permette al robot di misurare le distanze rispetto agli oggetti circostanti e costruire una mappa dell’ambiente, così da pianificare percorsi più ordinati, riconoscere le stanze e tornare alla base senza affidarsi soltanto a tentativi ed errori.

Il problema è che il sensore deve vedere ciò che gli sta intorno. Per questo molti robot hanno adottato quella caratteristica piccola torre circolare sulla parte superiore. Una soluzione efficace per orientarsi, ma meno brillante quando davanti al robot c’è un mobile alto nove centimetri.

Negli ultimi modelli il problema viene affrontato in maniera interessante. Il Roborock Saros 10, per esempio, utilizza un sistema chiamato RetractSense: quando il robot entra sotto un mobile, il sensore LiDAR può abbassarsi all’interno della scocca. L’altezza complessiva scende così a 7,98 centimetri; quando torna in uno spazio aperto, il sensore risale e riprende a lavorare nella sua posizione normale.

Dreame ha seguito una strada simile con il X50 Ultra, dotato del sistema VersaLift. Anche qui il sensore di navigazione può rientrare, permettendo al corpo di abbassarsi fino a circa 8,9 centimetri per infilarsi sotto letti e mobili bassi.

Non sembra una rivoluzione quando la si descrive in centimetri. Lo diventa quando quei centimetri corrispondono esattamente allo spazio che separa il robot dalla polvere sotto il divano.

Essere più sottili serve davvero?

In questo settore è facile trasformare qualsiasi nuova caratteristica in un superlativo da pubblicità, quindi vale la pena chiedersi se ridurre l’altezza produca un vantaggio reale o serva soprattutto a differenziare nuovi modelli sempre più costosi.

In questo caso il beneficio è piuttosto concreto. Un robot automatico ha senso soprattutto perché può pulire frequentemente senza costringerci a spostare mobili o preparare ogni volta la stanza. Se però resta esclusa tutta la superficie sotto letti, divani e mobili bassi, una parte dello sporco continua ad accumularsi proprio nei punti più scomodi da raggiungere manualmente.

Un test indipendente di Popular Mechanics sul Roborock Qrevo CurvX ha evidenziato proprio questo aspetto: il corpo molto sottile riusciva a raggiungere meglio le zone sotto i mobili rispetto ad altri robot provati dalla testata. Non significa che qualche millimetro in meno trasformi automaticamente un modello nel migliore sul mercato, ma conferma che non siamo davanti soltanto a una trovata estetica.

La cosa interessante è che i produttori stanno iniziando a progettare la navigazione intorno agli spazi reali delle nostre case, invece di chiedere alla casa di adattarsi al robot.

Nel frattempo è cominciata la guerra dei Pascal

Mentre i robot diventano più sottili, sulle schede tecniche succede qualcosa di molto meno discreto: i numeri relativi alla potenza di aspirazione continuano a crescere.

Nel 2026 siamo arrivati a modelli per i quali vengono dichiarati 30.000 Pa, come il DEEBOT T90 Pro Omni di Ecovacs. Roborock presenta già nella propria gamma globale robot con valori dichiarati ancora superiori.

Trentamila suona indubbiamente meglio di diecimila. Il rischio è pensare che un robot con il doppio dei Pascal pulisca necessariamente il doppio.

Non funziona così.

La pressione di aspirazione è soltanto una parte del sistema. Contano anche il flusso d’aria, la forma del condotto, le spazzole, la distanza dal pavimento, il modo in cui vengono raccolti capelli e detriti e, naturalmente, la superficie sulla quale il robot sta lavorando. Persino Ecovacs, spiegando come interpretare la potenza di aspirazione, sottolinea che le prestazioni reali dipendono anche da questi elementi e non semplicemente dal numero di Pascal dichiarato.

Per capire quanto pulisca bene un robot, quindi, una prova su tappeti, parquet, peli e sporco reale continua a dire molto più di una gara tra numeri stampati in grande sulla confezione.

È un buon esempio di come questo mercato sia maturato. All’inizio era sorprendente vedere un disco muoversi da solo per casa. Ora che quasi tutti sanno farlo, la competizione si è spostata su caratteristiche più difficili da riassumere in una fotografia: copertura degli angoli, riconoscimento degli oggetti, gestione dei capelli, qualità del lavaggio e capacità di non incastrarsi.

Cavernicolo osserva un robot aspirapolvere sottile mentre raccoglie la polvere sotto un divano
Ridurre l’altezza permette ai robot aspirapolvere di raggiungere zone sotto divani e mobili che spesso restano escluse dalla pulizia automatica.

La vera comodità potrebbe essere quella grossa scatola parcheggiata contro il muro

Se guardiamo soltanto il robot, rischiamo inoltre di perderci una delle trasformazioni più importanti avvenute negli ultimi anni. La parte che sta eliminando più lavoro umano non è necessariamente il piccolo disco che gira per casa, ma la base nella quale torna quando ha finito.

Le prime stazioni servivano essenzialmente a ricaricare la batteria. Poi sono arrivate quelle capaci di aspirare automaticamente la polvere dal contenitore del robot. Oggi, nei modelli più evoluti, la base può anche riempire il serbatoio dell’acqua, raccogliere quella sporca, lavare i panni o i rulli e asciugarli dopo l’utilizzo.

Alcune arrivano persino a lavare i mop con acqua molto calda: nella famiglia Roborock Qrevo Curv, per esempio, il produttore dichiara temperature fino a 80 °C per determinati modelli.

Questo non rende il robot privo di manutenzione. Il sacchetto prima o poi va sostituito, i serbatoi vanno controllati, capelli e fili possono richiedere interventi sulle spazzole e nessuna base può raccogliere il calzino lasciato in mezzo alla stanza.

Ma il cambiamento rispetto ai robot di qualche anno fa è notevole. L’obiettivo non sembra più soltanto automatizzare il passaggio dell’aspirapolvere: è ridurre il numero di volte in cui dobbiamo ricordarci che il robot esiste.

Ed è probabilmente questa la forma di automazione domestica che funziona meglio. Non quella che ci obbliga ad aprire continuamente un’app per ammirare quanto sia intelligente, ma quella che riesce a sparire dalla routine.

Anche i cavi stanno diventando un problema “da capire”, non solo da urtare

Naturalmente per muoversi bene non basta sapere dove sono le pareti.

Una casa vera è piena di oggetti che nelle fotografie promozionali sembrano curiosamente scomparire: cavi di ricarica, scarpe, giocattoli, ciotole degli animali, gambe delle sedie e piccoli oggetti lasciati sul pavimento.

Per questo, accanto al LiDAR, sono comparsi sistemi basati su telecamere, luce strutturata, sensori di profondità e algoritmi di riconoscimento degli ostacoli. Lo scopo non è semplicemente sapere che davanti al robot c’è qualcosa, ma tentare di capire che cosa sia e come comportarsi.

Il Roborock Qrevo Edge, per esempio, combina navigazione e riconoscimento degli ostacoli basato su AI; Ecovacs utilizza soluzioni analoghe nella famiglia DEEBOT più recente. I numeri dichiarati dai produttori sul numero di oggetti riconoscibili vanno presi come specifiche commerciali e non come garanzia che il robot identificherà perfettamente ogni cosa lasciata sul pavimento, ma la direzione tecnologica è evidente.

Il robot aspirapolvere sta lentamente passando dall’idea di una macchina che percorre una mappa a quella di un piccolo dispositivo capace di interpretare almeno una parte dell’ambiente nel quale si muove.

E continua comunque a essere consigliabile raccogliere i cavi.

C’è ancora un ostacolo enorme: le scale

C’è però un luogo della casa davanti al quale anche il robot più sofisticato continua generalmente a fare marcia indietro: una scala.

Per chi vive su un solo piano è un problema irrilevante. In una casa su due o tre livelli, invece, rompe completamente l’idea di autonomia. Il robot può mappare più piani, ma qualcuno deve ancora prenderlo in mano e trasportarlo da un piano all’altro.

I produttori stanno iniziando ad affrontare anche questo limite, con risultati che per il momento assomigliano più a una dimostrazione del futuro che a qualcosa da mettere nel carrello.

A IFA 2025 Dreame ha mostrato Cyber X, un concept nel quale il robot utilizza un sistema separato a cingoli chiamato QuadTrack per affrontare gradini fino a 25 centimetri. Il punto interessante è che non cerca di trasformare il normale aspirapolvere in un piccolo carro armato: una piattaforma dedicata lo raccoglie, lo porta al piano superiore e gli permette poi di continuare la pulizia. Dreame stessa lo presenta come concept technology, quindi non va confuso con un prodotto normalmente disponibile nei negozi.

È esattamente il tipo di invenzione che su InnovativaMENTE vale la pena seguire con un po’ di prudenza. La dimostrazione è spettacolare e il problema che vuole risolvere è reale, ma tra un prototipo da fiera e una macchina affidabile che trasporta autonomamente un robot da mille euro lungo le scale di casa c’è ancora parecchio lavoro.

Per ora, se abiti su due piani, il sistema di sollevamento più affidabile continua ad avere due braccia e un essere umano attaccato.

Quindi i nuovi robot puliscono davvero la casa da soli?

Non ancora. Ed è probabilmente meglio diffidare di qualsiasi pubblicità che suggerisca il contrario.

Un buon robot può togliere dalla routine una parte consistente della pulizia quotidiana dei pavimenti, soprattutto se viene programmato per lavorare frequentemente. Può raccogliere briciole, polvere e peli prima che si accumulino, lavare alcune superfici e raggiungere zone che difficilmente passeremmo con l’aspirapolvere ogni giorno.

Non elimina però la necessità di pulire scale, mobili, battiscopa, angoli difficili, superfici sopraelevate e tutto ciò che non si trova sul pavimento. Anche il lavaggio automatico ha limiti evidenti quando deve affrontare macchie particolarmente ostinate, mentre case piene di oggetti, tappeti complicati o dislivelli continuano a rappresentare situazioni difficili.

La domanda più utile non è quindi se un robot possa “sostituire le pulizie”, ma quale parte delle pulizie possa smettere di essere un nostro problema.

Ed è qui che le ultime evoluzioni diventano interessanti. Un aumento da 20.000 a 30.000 Pa può essere tecnicamente notevole, ma se il robot continua a lasciare intatto mezzo metro quadrato sotto il letto, quel numero serve relativamente poco. Abbassare una torretta di due centimetri, evitare il cavo del caricatore o lavare automaticamente un panno sporco possono sembrare innovazioni meno spettacolari, ma cambiano molto di più l’esperienza quotidiana.

La casa del futuro potrebbe essere semplicemente una casa che richiede meno attenzione

Per anni abbiamo immaginato la casa intelligente come un luogo pieno di schermi, comandi vocali e oggetti connessi. I robot aspirapolvere stanno suggerendo una visione forse meno cinematografica ma più interessante: una casa nella quale alcune attività diventano progressivamente invisibili.

I robot hanno imparato prima a muoversi, poi a costruire mappe, riconoscere ostacoli, svuotarsi e lavarsi. Ora stanno imparando ad abbassarsi per entrare sotto i mobili e cominciano persino a sperimentare modi per superare le scale.

Non è ancora Rosie dei Jetsons che sistema tutta la casa mentre siamo fuori, e forse per fortuna. È piuttosto una lenta eliminazione di piccole seccature: quel pezzo di pavimento sotto il divano, i peli che ricompaiono ogni mattina, il contenitore da svuotare dopo ogni giro, il panno bagnato dimenticato nella base.

Il robot aspirapolvere non è diventato improvvisamente rivoluzionario. È diventato meno fastidioso.

E per un elettrodomestico che dovrebbe farci risparmiare tempo, potrebbe essere il progresso più importante di tutti.

Se ne utilizzi già uno, qual è il limite che vorresti vedere risolto davvero: mobili troppo bassi, cavi e oggetti sul pavimento, tappeti, lavaggio o scale? Raccontacelo nei commenti. E se ti interessa seguire l’evoluzione della tecnologia domestica senza fermarti alle promesse dei produttori, continua a seguirci su InnovativaMENTE e iscriviti alla newsletter.

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Daniele Pirotta
Daniele Pirotta

Appassionato di tecnologia, innovazione e design, seguo con curiosità le idee, i prodotti e le tecnologie che stanno cambiando il nostro modo di vivere, lavorare e comunicare. Mi piace approfondire le innovazioni più interessanti e raccontarle con un linguaggio semplice, chiaro e concreto, rendendole accessibili anche a chi non è un esperto.

Da sempre sono affascinato da tutto ciò che unisce creatività e tecnologia: dall’intelligenza artificiale ai gadget più innovativi, dalla mobilità del futuro alla domotica, fino alle startup che cercano di trasformare un’idea in realtà.

Accanto alla tecnologia coltivo una grande passione per la musica. Ho studiato pianoforte presso il Conservatorio “Antonio Scontrino” di Trapani e continuo a divertirmi componendo musica e trasformando le idee in nuove melodie.

Attraverso InnovativaMENTE condivido curiosità, analisi e approfondimenti sul progresso tecnologico, con l’obiettivo di aiutare i lettori a comprendere le innovazioni di oggi e a immaginare i cambiamenti di domani.

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