Chiavette USB che distruggono PC

Sembra una normale chiavetta USB, ma può danneggiare fisicamente l’hardware senza installare virus o malware. Scopriamo come funziona la USB Killer, quali rischi comporta davvero e perché nemmeno un antivirus può fermarla.

Trovi una chiavetta USB per terra, magari nel parcheggio dell’ufficio. È piccola, sembra perfettamente normale e la curiosità fa il resto: cosa ci sarà dentro?

Il rischio più ovvio è pensare a malware, file infetti o qualche tentativo di rubare dati. Ma esiste un dispositivo che sfrutta la porta USB in modo completamente diverso. Non prova a installare nulla e non ha bisogno di superare un antivirus: usa l’elettricità per mettere sotto stress l’hardware.

Si chiama USB Killer. Il nome è volutamente aggressivo, ma il principio è reale e il prodotto esiste ancora oggi. La versione attuale, USBKill V4, viene venduta dal produttore come strumento professionale per testare la resistenza dell’elettronica alle sovratensioni. Nelle mani sbagliate, però, lo stesso principio può trasformare una porta apparentemente innocua in un modo molto rapido per danneggiare un dispositivo.

Ed è proprio per questo che una vecchia regola della sicurezza informatica continua ad avere senso: una chiavetta trovata per strada non va mai collegata al proprio computer.

Non contiene un virus: il problema è la sovratensione

Una normale chiavetta USB utilizza la porta per ricevere alimentazione e trasferire dati. Una USB Killer sfrutta invece l’energia elettrica per generare impulsi a una tensione molto superiore a quella normalmente prevista dall’elettronica della porta.

Il principio delle versioni storiche venne raccontato già nel 2015 da Ars Technica: il dispositivo accumulava energia e la restituiva sotto forma di impulsi ad alta tensione sulle connessioni della porta USB. La versione V4 attuale, secondo le specifiche pubblicate dal produttore, dichiara un’uscita di -215 volt.

È molto più della tensione per la quale quei circuiti sono normalmente progettati.

Se le protezioni presenti nell’apparecchio non riescono a gestire la sovratensione, possono essere danneggiati la porta USB o altri componenti elettronici collegati. La gravità del guasto dipende però dal modo in cui è progettato il dispositivo: non esiste la regola secondo cui qualsiasi apparecchio dotato di USB debba necessariamente essere distrutto.

Ed è una distinzione importante.

Perché l’antivirus non può fare nulla

Quando pensiamo alla sicurezza di un computer, ci vengono in mente password, antivirus, firewall e aggiornamenti del sistema operativo. Sono tutte difese pensate principalmente contro problemi che arrivano attraverso il software.

Qui il livello è diverso.

Una sovratensione non deve convincere Windows ad aprire un programma e non deve aggirare il sistema operativo. Per questo un antivirus aggiornato non è la risposta: il problema viene affrontato dalle protezioni elettriche integrate nell’hardware, non dal software di sicurezza.

Lo stesso produttore vende infatti un dispositivo chiamato USBKill Tester, progettato anche come protezione contro impulsi ad alta tensione. È una dimostrazione abbastanza chiara del punto: contro un attacco elettrico servono contromisure elettriche.

Questo non significa che ogni computer sia indifeso. Le architetture cambiano, le porte possono essere isolate e alcuni dispositivi implementano meccanismi che impediscono di fornire alimentazione a periferiche non riconosciute. Nelle sue stesse prove sui laptop e tablet, USBKill spiega che USB-C e altri connettori moderni possono adottare sistemi di autenticazione dell’alimentazione che ostacolano alcune forme di attacco.

La sicurezza, quindi, dipende molto dall’hardware che si trova dall’altra parte della porta.

Non basta avere una porta USB per essere automaticamente vulnerabili

Le prime descrizioni della USB Killer hanno spesso generato un’idea molto semplice: qualsiasi oggetto con una porta USB sarebbe condannato.

La realtà è meno netta.

Computer, televisori, dispositivi di rete, smartphone e molte altre apparecchiature possono essere sottoposti a sovratensioni attraverso porte e adattatori compatibili, ma non tutti reagiscono nello stesso modo. Il risultato può andare da una porta che smette di funzionare fino a un danno più esteso alla scheda elettronica.

Lo stesso sito USBKill pubblica una serie di test effettuati su differenti categorie di dispositivi, ma quei risultati sono prove condotte dal produttore e non vanno interpretati come la dimostrazione che ogni modello sul mercato si comporterà allo stesso modo.

È anche uno dei motivi per cui il dispositivo viene presentato commercialmente come uno strumento di stress test: verificare quanto un’apparecchiatura resista a una sovratensione è una domanda legittima per chi progetta hardware, sistemi industriali o infrastrutture.

La differenza tra un test e un atto di vandalismo sta naturalmente in una cosa molto semplice: di chi è il dispositivo sul quale lo stai facendo.

Cavernicolo e USB elettrizzante
USB elettrizsata

Nel 2019 qualcuno l’ha usata davvero per distruggere decine di computer

Per capire perché non stiamo parlando soltanto di una curiosità da laboratorio basta andare ad Albany, nello Stato di New York.

Nel febbraio 2019 Vishwanath Akuthota, ex studente del College of Saint Rose, collegò una USB Killer ai computer dell’università. Secondo il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, ammise di aver utilizzato il dispositivo su 66 computer, oltre che su monitor e podi elettronici.

Il danno riconosciuto superò i 58.000 dollari.

La storia rende anche molto meno interessante la domanda, frequente online, sulla presunta “legalità” delle USB Killer. Un apparecchio può essere venduto per effettuare test su hardware di propria proprietà senza che questo renda automaticamente legittimo usarlo sui computer di qualcun altro.

Akuthota si dichiarò colpevole e nell’agosto dello stesso anno venne condannato a 12 mesi di carcere, oltre alla libertà vigilata e alla restituzione economica dei danni.

Insomma, non siamo davanti a una zona franca nella quale “non essendoci un virus, allora non è reato”. Danneggiare intenzionalmente dispositivi che non ci appartengono resta danneggiamento, indipendentemente dallo strumento utilizzato.

La USB Killer esiste ancora, e nel frattempo si è evoluta

La storia potrebbe sembrare appartenere alla stessa epoca delle prime chiavette USB da pochi gigabyte, ma non è così.

Il prodotto viene ancora commercializzato. La famiglia USBKill V4 comprende oggi versioni pensate per differenti scenari di test e, nei modelli dotati di batteria interna, non dipende necessariamente dall’alimentazione fornita dall’apparecchio collegato.

Non serve entrare nei dettagli operativi per capire la conseguenza: una delle difese spontanee adottate da alcuni dispositivi moderni — non fornire immediatamente corrente a una periferica sconosciuta — non è sufficiente contro un apparato che porta con sé la propria fonte di energia.

Il produttore propone inoltre adattatori per differenti tipi di connessione, incluso USB-C. Anche qui è importante evitare un equivoco: questo non significa che ogni porta USB-C sia vulnerabile né che l’esito sia sempre distruttivo. Significa semplicemente che il problema delle sovratensioni non appartiene soltanto alle vecchie porte USB-A.

Quindi una chiavetta trovata per strada è davvero così pericolosa?

La possibilità che quella USB abbandonata nel parcheggio sia precisamente una USB Killer è ovviamente molto bassa.

Ma non è questo il vero motivo per cui non andrebbe collegata.

Una periferica sconosciuta può contenere malware, può presentarsi al computer come un dispositivo differente da quello che sembra oppure, nel caso più estremo, può comportarsi in modo ostile anche a livello elettrico. Collegarla al proprio PC solo per soddisfare la curiosità significa quindi accettare un rischio senza ottenere praticamente nulla in cambio.

La soluzione più semplice resta anche la migliore: non utilizzare periferiche USB delle quali non conosci la provenienza.

In un ambiente aziendale, una chiavetta ritrovata dovrebbe essere consegnata a chi si occupa della sicurezza informatica o dell’IT, senza provare ad aprirla su un normale computer. A casa vale la stessa logica: se non sai da dove arriva, non hai nessun buon motivo per scoprirlo collegandola alla macchina dove conservi foto, documenti e password.

Se il computer si spegne subito dopo aver collegato una USB sconosciuta

Uno spegnimento improvviso non dimostra automaticamente che sia stata utilizzata una USB Killer: una porta difettosa, un cortocircuito o una periferica guasta possono produrre comportamenti simili.

Se però un computer si spegne esattamente nel momento in cui viene collegato un dispositivo sconosciuto, eviterei di continuare a fare prove inserendo nuovamente la stessa periferica.

Un tecnico può verificare se il problema riguarda soltanto la porta, il controller USB o componenti più importanti della scheda madre. E un computer che non si avvia più non implica necessariamente che tutti i dati siano perduti: il produttore stesso spiega nelle FAQ che il risultato dipende dal tipo di apparecchiatura e dai componenti effettivamente danneggiati.

È un altro buon motivo per distinguere tra “può danneggiare gravemente un computer” e “cancella sicuramente tutto”. Sono due affermazioni molto diverse.

La lezione più interessante non riguarda la USB Killer

La USB Killer attira l’attenzione perché ribalta un’abitudine. Siamo abituati a pensare a una porta USB come a una semplice porta per dati e alimentazione, non come a un punto attraverso il quale l’elettronica può essere sottoposta a condizioni per cui non è stata progettata.

Ma il messaggio più utile è molto meno spettacolare.

La sicurezza informatica non finisce sullo schermo. Comprende anche le periferiche che colleghiamo, i caricabatterie che utilizziamo, i dispositivi che lasciamo incustoditi e, in generale, tutto ciò che crea un collegamento fisico con il nostro hardware.

Una chiavetta trovata per terra può essere completamente vuota. Potrebbe contenere le fotografie delle vacanze di qualcuno. Potrebbe essere infetta. In casi molto più rari potrebbe perfino essere progettata per danneggiare un dispositivo.

Il problema è che prima di collegarla non hai modo di sapere quale delle possibilità sia quella giusta.

E forse è proprio questo il modo migliore per ricordarsi la regola: se una USB non è tua e non sai da dove arriva, lascia che il mistero resti tale.

Ti è mai capitato di trovare una chiavetta USB abbandonata? L’avresti collegata al computer per vedere cosa conteneva? Raccontacelo nei commenti. Se ti interessano le tecnologie insolite e le storie in cui innovazione e sicurezza si incontrano, continua a seguire InnovativaMENTE e iscriviti alla newsletter.


Nota editoriale: per questo articolo manterrei la categoria Tecnologia & Innovazione. Come keyword principale userei USB Killer, mentre il titolo SEO più lineare sarebbe “USB Killer: cos’è, come funziona e perché è pericolosa”. Le fonti esterne sono già integrate direttamente nel testo, come previsto dal workflow InnovativaMENTE.

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Daniele Pirotta
Daniele Pirotta

Appassionato di tecnologia, innovazione e design, seguo con curiosità le idee, i prodotti e le tecnologie che stanno cambiando il nostro modo di vivere, lavorare e comunicare. Mi piace approfondire le innovazioni più interessanti e raccontarle con un linguaggio semplice, chiaro e concreto, rendendole accessibili anche a chi non è un esperto.

Da sempre sono affascinato da tutto ciò che unisce creatività e tecnologia: dall’intelligenza artificiale ai gadget più innovativi, dalla mobilità del futuro alla domotica, fino alle startup che cercano di trasformare un’idea in realtà.

Accanto alla tecnologia coltivo una grande passione per la musica. Ho studiato pianoforte presso il Conservatorio “Antonio Scontrino” di Trapani e continuo a divertirmi componendo musica e trasformando le idee in nuove melodie.

Attraverso InnovativaMENTE condivido curiosità, analisi e approfondimenti sul progresso tecnologico, con l’obiettivo di aiutare i lettori a comprendere le innovazioni di oggi e a immaginare i cambiamenti di domani.

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