Il sudore come password? Dodici anni dopo, riconoscerci dall’odore è ancora una sfida

Nel 2014 sembrava possibile usare il “sudore” come password. Dodici anni dopo sappiamo che la realtà è più complessa: la biometria olfattiva prova davvero a riconoscerci attraverso la nostra firma chimica, ma trasformarla in un sistema affidabile è ancora una sfida.

Una password si può dimenticare. Un’impronta digitale no. Ma che cosa succede con il nostro odore?

Nel 2014 su InnovativaMENTE raccontammo una ricerca che sembrava uscita da un film di fantascienza: utilizzare quello che allora definimmo semplicemente “sudore” per riconoscere una persona e permetterle di accedere a un servizio o superare un controllo di sicurezza.

L’idea faceva sorridere, ma la ricerca era reale.

Un gruppo dell’Universidad Politécnica de Madrid aveva dimostrato che nell’odore corporeo possono esistere pattern chimici abbastanza caratteristici da distinguere una persona dall’altra. In un piccolo esperimento il sistema superò l’85% di riconoscimento.

Dodici anni dopo non sblocchiamo lo smartphone avvicinando un’ascella al sensore — e probabilmente è meglio così — ma la parte sorprendente della storia è un’altra: la biometria basata sull’odore continua a essere studiata anche nel 2026.

E nel frattempo abbiamo capito molto meglio perché è decisamente più complicata di quanto sembrasse.

Prima correzione: non era davvero il sudore a fare da password

Il vecchio articolo aveva un titolo efficace, ma tecnicamente troppo semplice.

La ricerca pubblicata nel 2013 da Irene Rodríguez-Luján e colleghi non cercava una particolare sostanza presente nel sudore. Analizzava invece i composti volatili dell’odore emanato dalle mani di 13 persone, raccolti in sessioni differenti, per verificare se fosse possibile riconoscere gli individui attraverso la loro firma chimica.

Più che un semplice sensore del sudore, la ricerca sviluppata dall’Universidad Politécnica de Madrid nel suo paper originale descrive un sistema ben più complesso e interessante.

Quello che chiamiamo odore corporeo è una miscela complessa di molecole volatili. Secrezioni cutanee, microbi presenti sulla pelle, ambiente, alimentazione, prodotti cosmetici e condizioni fisiologiche contribuiscono al risultato che un eventuale sensore deve interpretare.

L’obiettivo non è quindi misurare quanto sudiamo, ma trovare una firma chimica sufficientemente personale e stabile da poter funzionare come caratteristica biometrica.

Un po’ come riconoscere un’impronta digitale, solo che invece di osservare linee e creste bisogna analizzare molecole invisibili nell’aria.

E non sarebbe nemmeno una password

C’è poi un secondo errore concettuale nel modo in cui raccontammo la tecnologia nel 2014.

L’odore corporeo non sarebbe propriamente una password.

Una password è qualcosa che conosciamo e che possiamo sostituire. Se viene compromessa, ne creiamo una nuova.

Una biometria è invece qualcosa che siamo: volto, iride, impronta digitale, voce e, almeno in teoria, anche odore corporeo.

La distinzione non è soltanto linguistica. Se qualcuno scopre la password della nostra email possiamo cambiarla; se vengono compromessi dati biometrici, non possiamo semplicemente sostituire le dita o gli occhi.

È lo stesso problema che abbiamo già incontrato parlando delle serrature con impronta digitale e dei limiti della biometria.

Per questo una caratteristica biometrica non deve soltanto distinguerci dalle altre persone. Deve essere abbastanza stabile nel tempo, difficile da imitare, misurabile in condizioni reali e gestita con particolare attenzione alla privacy.

Ed è proprio sulla stabilità che la biometria olfattiva incontra uno dei suoi ostacoli più grandi.

Nel 2013 bastarono 13 persone per dimostrare che l’idea non era assurda

Cavernicolo davanti a un sensore futuristico che analizza le molecole emesse dal corpo
La biometria olfattiva prova a identificare una persona analizzando la combinazione di composti volatili emessi dal corpo.

Lo studio spagnolo utilizzò campioni provenienti da appena 13 partecipanti.

È quindi fondamentale non interpretare il risultato come la dimostrazione che nel 2013 esistesse già una macchina capace di identificare chiunque dal proprio odore.

Era un proof of concept.

E funzionò abbastanza bene da attirare attenzione.

Le tecniche migliori ottennero percentuali di riconoscimento superiori all’85%. La stessa UPM immaginò possibili applicazioni future in sistemi di identificazione meno invasivi, compresi varchi nei quali l’odore potesse essere raccolto mentre una persona attraversava un passaggio.

Nel vecchio articolo avevamo fatto un salto piuttosto generoso da questo esperimento alla possibile applicazione negli aeroporti.

La realtà era molto più lontana.

Il vero nemico è il tempo

Nel 2024 un gruppo di ricercatori ha provato a capire quanto quella firma personale fosse davvero stabile.

Lo studio, pubblicato su Chemical Senses, utilizzò un naso elettronico, o eNose, per raccogliere odori provenienti dall’orecchio, dalla parte bassa della schiena e dall’ascella di 12 partecipanti.

L’orecchio è meno bizzarro di quanto possa sembrare: produce composti volatili, presenta condizioni relativamente stabili e normalmente non viene coperto da deodoranti o profumi.

Quando il sistema veniva addestrato e verificato utilizzando campioni raccolti nella stessa giornata, l’identificazione attraverso l’odore dell’orecchio arrivava in alcune configurazioni a circa l’88%.

Un risultato impressionante.

Poi i ricercatori fecero una prova molto più severa: addestrarono il sistema sui campioni dei giorni precedenti e gli chiesero di riconoscere le stesse persone in una giornata diversa.

L’accuratezza dell’orecchio precipitò a circa 22%. L’ascella fece meglio, arrivando a circa 44%, ma anche questo risultato era troppo basso per immaginare un sistema biometrico affidabile.

Il problema, quindi, non è soltanto capire se abbiamo un odore personale.

È capire se continuiamo ad avere abbastanza dello stesso odore domani.

Il nostro odore non è un’impronta digitale immobile

Questo è probabilmente uno degli aspetti più affascinanti dell’intera storia.

Un’impronta digitale rimane abbastanza stabile. L’odore corporeo, invece, è un segnale biologico dinamico.

Le molecole emesse dalla pelle possono essere influenzate dall’ambiente e dalle condizioni fisiologiche. Anche fattori come dieta, prodotti cosmetici e stress possono modificare il profilo dei composti volatili.

Un sistema biometrico deve quindi affrontare una domanda molto difficile:

questa firma chimica è cambiata perché davanti al sensore c’è una persona diversa oppure perché è la stessa persona in un giorno diverso?

Per un essere umano questa distinzione può sembrare astratta.

Per un algoritmo di autenticazione è tutto.

Anche il naso elettronico può cambiare comportamento

La variabilità non arriva soltanto dalla persona.

Arriva dal sensore.

Temperatura, umidità, concentrazione delle molecole nell’aria e invecchiamento della sensoristica possono modificare la risposta di un naso elettronico nel corso del tempo.

Lo studio del 2024 dovette infatti affrontare esplicitamente il problema del cosiddetto sensor drift, cioè il progressivo cambiamento della risposta del sensore anche quando il fenomeno da misurare rimane simile.

Ed è qui che ci accorgiamo di quanto questa tecnologia sia diversa da Face ID o da un lettore di impronte.

Una videocamera acquisisce un volto in una frazione di secondo. Un sensore olfattivo deve invece catturare minuscole concentrazioni di molecole, separare il segnale personale da quello ambientale e stabilire quanto della differenza osservata appartenga davvero all’individuo.

Immaginiamo un aeroporto: profumi, dopobarba, aria condizionata, centinaia di persone, qualcuno appena uscito dalla palestra e magari qualcun altro che ha appena mangiato aglio.

La scena diventa improvvisamente molto meno semplice del “ti annuso e apro il cancello” che potevamo immaginare nel 2014.

Eppure nel 2025 gli scienziati parlavano ancora di autenticazione tramite odore

Se la biometria olfattiva fosse stata soltanto una curiosità del 2013, probabilmente questa storia finirebbe qui.

Nel 2025 Chemical Communications ha pubblicato una review scientifica interamente dedicata all’autenticazione individuale attraverso l’odore umano.

La letteratura analizzata comprende odore della pelle, respiro, spettrometria di massa, gascromatografia, array di sensori e sistemi di olfatto elettronico.

La conclusione non è che impronte e PIN siano ormai pronti per la pensione.

È molto più prudente: i composti organici volatili prodotti dal corpo rimangono una possibile fonte di informazione biometrica, ma trasformarli in un sistema di autenticazione stabile e utilizzabile nel mondo reale richiede ancora molta ricerca.

La tecnologia non è diventata un prodotto.

Ma non è nemmeno stata abbandonata.

Nel 2026 si è passati da 13 persone a 252

Ed è qui che il confronto con il vecchio articolo diventa particolarmente interessante.

Nel lavoro originale spagnolo c’erano 13 persone.

Un progetto presentato nel 2026 alla IEEE/CVF Winter Conference on Applications of Computer Vision ha portato la ricerca su una scala completamente diversa.

La pagina scientifica del progetto descrive un dataset composto da 252 persone e 2.528 campioni, con circa 7,5 terabyte di dati grezzi raccolti attraverso gascromatografia bidimensionale e spettrometria di massa.

In poco più di un decennio siamo quindi passati da 13 a 252 identità: quasi venti volte tanto.

Infografica che confronta la scala dei dataset nella biometria olfattiva: a sinistra lo studio UPM di Madrid del 2013 con 13 persone e l'85% di riconoscimento, a destra lo studio CTU presentato alla IEEE WACV nel 2026 con 252 persone, 2.528 campioni e 7,5 TB di dati. La scala è cresciuta di 19,4 volte, ma più dati non hanno risolto il problema della variabilità dell'odore nel tempo.
Dal proof of concept del 2013 su 13 persone al dataset del 2026 con 252 identità e 2.528 campioni. I due studi utilizzano metodologie differenti e non sono direttamente confrontabili nelle prestazioni, ma mostrano quanto sia cresciuta la scala della ricerca.

L’aumento dei dati, però, non significa che il problema sia stato risolto.

Il sistema migliore riportato dagli autori raggiunge un’AUROC di circa 89,5%. È un valore interessante per confrontare modelli sperimentali, ma dice poco da solo a chi vuole sapere se una macchina potrebbe davvero aprire la porta giusta alla persona giusta.

Una metrica più intuitiva arriva quando viene fissato un tasso di falsi positivi del 5%.

In parole semplici: impostando il sistema in modo da accettare erroneamente circa 5 confronti negativi su 100, il modello riconosce correttamente poco più della metà dei confronti autentici.

Ottimo materiale per un laboratorio.

Decisamente meno rassicurante per il conto corrente.

Qui entra davvero in gioco l’intelligenza artificiale

Nel 2013 i ricercatori lavoravano su piccoli dataset utilizzando principalmente tecniche classiche di riconoscimento dei pattern.

Nel lavoro del 2026 il salto è evidente.

I dati prodotti dalla gascromatografia e dalla spettrometria vengono trasformati in rappresentazioni multicanale che possono essere trattate in modo simile a immagini. Gli autori testano anche reti neurali convoluzionali e architetture derivate da modelli come ResNet, VGG e Inception.

Questo cambia il tipo di domanda che possiamo porre ai dati.

Non è più necessario cercare manualmente poche molecole considerate particolarmente interessanti. Un modello può provare a riconoscere combinazioni molto più complesse all’interno dell’intera firma chimica.

Naturalmente l’intelligenza artificiale non può risolvere magicamente un segnale instabile.

Se la nostra firma cambia troppo tra un giorno e l’altro, nessuna rete neurale può inventare informazioni che non esistono.

Può però diventare molto più brava a riconoscere pattern sottili che con i metodi tradizionali sarebbero difficili da individuare.

Il corpo sta diventando una sorgente di dati sempre più ricca

La biometria olfattiva appartiene a una trasformazione più ampia.

Il nostro corpo produce continuamente informazioni.

Temperatura, battito cardiaco, movimento, sangue, voce, volto, impronte e molecole volatili possono diventare segnali interpretabili da un dispositivo.

Nel nostro approfondimento su HemoLink e sui sistemi di raccolta del sangue senza ago tradizionale abbiamo visto come anche un’operazione normalmente legata al laboratorio possa essere ripensata attraverso nuovi dispositivi.

Con l’odore il concetto diventa ancora più radicale.

Non preleviamo sangue.

Non appoggiamo necessariamente il dito.

Potenzialmente non tocchiamo nulla.

Il corpo lascia continuamente tracce chimiche nell’aria.

La domanda è se sia possibile leggerle in modo abbastanza preciso da trasformarle in informazione utile.

Meno fastidioso non significa necessariamente meno invasivo

Nel 2014 uno dei grandi vantaggi immaginati era proprio l’esperienza utente.

Niente dito sul lettore.

Niente occhio vicino allo scanner.

Niente posa davanti alla telecamera.

Potremmo semplicemente attraversare un varco e lasciare che il sistema acquisisca il nostro odore.

Affascinante.

Ma c’è un rovescio della medaglia.

Una biometria che può essere acquisita senza contatto e potenzialmente senza un gesto intenzionale da parte nostra potrebbe risultare meno fastidiosa, ma non necessariamente meno invasiva.

Nel 2022 uno studio dedicato proprio all’accettazione della biometria olfattiva, OdorTAM, ha analizzato il modo in cui gli utenti percepiscono questa tecnologia.

La questione non è secondaria.

Siamo abituati a decidere quando appoggiare il dito su un lettore. Essere identificati da qualcosa che lasciamo spontaneamente nell’ambiente è psicologicamente molto diverso.

E c’è un problema ulteriore.

Le molecole emesse dal nostro corpo potrebbero contenere informazioni che vanno oltre l’identità. La ricerca sui composti volatili studia da anni la possibilità di ricavare indicazioni sullo stato fisiologico attraverso pelle e respiro.

Un sistema progettato per riconoscerci dovrebbe quindi rispettare una regola fondamentale:

estrarre soltanto le informazioni necessarie per l’autenticazione e non trasformare il nostro odore in una cartella clinica involontaria.

Forse non abbiamo bisogno di un’altra biometria che faccia tutto da sola

Negli ultimi dodici anni impronte digitali e riconoscimento facciale sono diventati normali su miliardi di dispositivi.

Le password, però, non sono scomparse.

E oggi sappiamo che la sicurezza funziona meglio quando non dipende da un solo elemento.

Una serratura biometrica non diventa automaticamente sicura soltanto perché riconosce un dito.

Allo stesso modo, l’odore non dovrebbe necessariamente sostituire volto, PIN o passkey.

Potrebbe diventare un segnale in più.

Immaginiamo un sistema che considera contemporaneamente dispositivo utilizzato, passkey, comportamento, posizione e una caratteristica biometrica.

L’odore potrebbe, almeno teoricamente, diventare uno degli elementi di quella valutazione senza essere costretto a decidere tutto da solo.

Ed è forse uno scenario molto più realistico del “sudore che sostituisce la password”.

Quindi useremo davvero il nostro odore per sbloccare qualcosa?

Oggi la risposta più corretta è semplice:

non ancora.

Non esiste una diffusione commerciale della biometria olfattiva paragonabile a volto, impronte o iride. I lavori più recenti continuano a parlare di proof of concept, stabilità del segnale, deriva dei sensori e capacità di riconoscere la stessa persona in condizioni differenti.

Ma proprio per questo il vecchio articolo è diventato più interessante.

Nel 2014 potevamo chiederci con un po’ di ironia se un giorno avremmo usato il sudore come password.

Nel 2026 sappiamo che quasi ogni parola di quella domanda aveva bisogno di essere corretta.

Non è semplicemente il sudore.

Non è una password.

E non è una tecnologia pronta a sostituire le impronte digitali.

È qualcosa di molto più curioso: la possibilità che la miscela invisibile di molecole che lasciamo continuamente nell’ambiente contenga abbastanza informazioni da dire a una macchina chi siamo.

Dodici anni di ricerca non hanno ancora trasformato quell’idea in un prodotto.

Ma non l’hanno nemmeno fatta sparire.

Il nostro corpo possiede già parecchie “chiavi”: volto, dita, voce e iride.

Un giorno potremmo scoprire che ne abbiamo sempre portata addosso un’altra.

Semplicemente, fino a oggi, i computer non avevano un naso abbastanza bravo per leggerla.

Tu useresti un sistema capace di riconoscerti dall’odore oppure troveresti più inquietante essere “annusato” da una macchina che appoggiare il dito su un sensore? Raccontacelo nei commenti.

E se conosci qualcuno convinto che la biometria abbia ormai esplorato ogni possibile parte del corpo, condividigli questo articolo. Alla lista potrebbe mancare ancora il naso.

Domande frequenti sulla biometria basata sull’odore

È davvero possibile riconoscere una persona dall’odore?

In laboratorio sì. Diversi studi mostrano che i composti volatili associati all’odore corporeo contengono informazioni sufficienti a distinguere gli individui meglio del caso. Le prestazioni cambiano però molto in base al metodo, ai sensori e alle condizioni in cui vengono raccolti i campioni.

Il sudore può essere usato come password?

Non nel senso comune del termine. La ricerca studia profili complessi di composti volatili associati all’odore corporeo, non semplicemente il sudore. Inoltre si tratterebbe di una caratteristica biometrica, non di una password scelta dall’utente e sostituibile in caso di compromissione.

Quanto era preciso l’esperimento originale della Universidad Politécnica de Madrid?

Lo studio del 2013, effettuato su 13 soggetti, riportò percentuali di riconoscimento superiori all’85% con i metodi migliori. Il campione era però molto piccolo e il risultato va interpretato come prova di fattibilità, non come prestazione di un sistema pronto per l’utilizzo commerciale.

Perché riconoscere una persona dall’odore è così difficile?

Perché sia l’odore corporeo sia la risposta dei sensori possono cambiare nel tempo. Ambiente, condizioni fisiologiche, prodotti cosmetici, temperatura, umidità e deriva della sensoristica complicano il confronto tra campioni raccolti in momenti differenti.

Perché l’odore non è ancora utilizzato come biometria?

Uno dei problemi principali è la stabilità nel tempo. Gli esperimenti mostrano che riconoscere una persona utilizzando campioni dello stesso giorno può essere relativamente efficace, mentre le prestazioni possono diminuire drasticamente quando i campioni vengono raccolti in giornate diverse.

Questa tecnologia viene già utilizzata negli aeroporti?

Non risulta una diffusione operativa paragonabile a riconoscimento facciale, impronte o iride. I varchi aeroportuali erano uno degli scenari ipotizzati già nei primi studi, ma la biometria olfattiva rimane principalmente una tecnologia sperimentale.

La ricerca continua ancora?

Sì. Nel 2025 Chemical Communications ha pubblicato una review dedicata all’autenticazione tramite odore umano e nel 2026 un lavoro presentato a WACV ha studiato la verifica dell’identità su 252 persone e 2.528 campioni, mostrando quanto sia cresciuta la scala della ricerca rispetto ai primi esperimenti.

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Daniele Pirotta
Daniele Pirotta

Appassionato di tecnologia, innovazione e design, seguo con curiosità le idee, i prodotti e le tecnologie che stanno cambiando il nostro modo di vivere, lavorare e comunicare. Mi piace approfondire le innovazioni più interessanti e raccontarle con un linguaggio semplice, chiaro e concreto, rendendole accessibili anche a chi non è un esperto.

Da sempre sono affascinato da tutto ciò che unisce creatività e tecnologia: dall’intelligenza artificiale ai gadget più innovativi, dalla mobilità del futuro alla domotica, fino alle startup che cercano di trasformare un’idea in realtà.

Accanto alla tecnologia coltivo una grande passione per la musica. Ho studiato pianoforte presso il Conservatorio “Antonio Scontrino” di Trapani e continuo a divertirmi componendo musica e trasformando le idee in nuove melodie.

Attraverso InnovativaMENTE condivido curiosità, analisi e approfondimenti sul progresso tecnologico, con l’obiettivo di aiutare i lettori a comprendere le innovazioni di oggi e a immaginare i cambiamenti di domani.

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