Immagina di dover consegnare un medicinale in un punto minuscolo del cuore, mentre tutto intorno il sangue continua a scorrere. Non puoi semplicemente parcheggiare un dispositivo e sperare che rimanga fermo.
I ricercatori della Johns Hopkins University hanno trovato una soluzione curiosa: utilizzare due piccoli robot magnetici che collaborano.
Il primo raggiunge il punto desiderato e si ancora al tessuto. Il secondo arriva con il suo carico, si aggancia al compagno e rilascia il liquido. Un sistema che ricorda una piccola stazione di rifornimento, con un robot che aspetta e l’altro che effettua le consegne.
Il tutto senza batterie o motori tradizionali, perché a guidarli sono campi magnetici generati dall’esterno.
Per ora questa piccola squadra ha lavorato soltanto in laboratorio, su modelli artificiali del cuore e tessuto cardiaco di maiale. I ricercatori hanno dimostrato il funzionamento del sistema e il rilascio controllato di liquido, ma non hanno ancora dimostrato che possa curare un’infezione.
Lo studio è stato pubblicato il 28 settembre 2026 su Advanced Materials Technologies e presentato al pubblico dalla Johns Hopkins University il 12 ottobre.
Perché portare un antibiotico nel cuore può essere così complicato?
Il cuore batte circa centomila volte al giorno. Il suo lavoro consiste nel pompare continuamente sangue, ma proprio questo movimento rende difficile raggiungere e trattare alcuni punti con grande precisione.
Una delle malattie che i ricercatori vorrebbero affrontare è l’endocardite infettiva, un’infezione che può colpire il rivestimento interno del cuore e le valvole cardiache.
Secondo la Johns Hopkins, ogni anno negli Stati Uniti si registrano circa 50.000 casi di questa malattia.
Il trattamento richiede spesso diverse settimane di antibiotici. In alcune situazioni, soprattutto quando l’infezione provoca danni importanti, può rendersi necessario un intervento chirurgico.
Le linee guida della Società Europea di Cardiologia spiegano che la cura dipende dal batterio responsabile, dalle condizioni del paziente e dalle eventuali complicazioni.
Un ostacolo è la difficoltà di ottenere concentrazioni sufficienti di antibiotico nel punto infetto. Inoltre, alcuni batteri possono formare aggregati protetti da una matrice, chiamati biofilm, che rendono il trattamento più complicato.
L’idea della Johns Hopkins nasce da una domanda concreta: sarebbe possibile trasportare il farmaco direttamente sulla zona da trattare?
Come funzionano i due robot magnetici?
I dispositivi sono larghi all’incirca come la punta di una matita o la capocchia di un fiammifero e lunghi più o meno come un chicco di riso.
Sono piccoli, ma hanno compiti diversi.
Il primo robot si ancora al tessuto
Il primo viene chiamato needle module, cioè modulo ad ago.
È progettato per raggiungere una zona precisa del cuore e fissarsi delicatamente al tessuto grazie a un piccolo sistema di ancoraggio.
Una volta posizionato, può funzionare come una stazione di attracco.
Il secondo trasporta il liquido

Il secondo è il drug module, ovvero modulo del farmaco.
Questo dispositivo raggiunge il primo robot e si collega magneticamente, permettendo di rilasciare il liquido in modo controllato.
Il vantaggio di questa soluzione è la possibilità di utilizzare più volte lo stesso punto di attracco. In futuro, un modulo di trasporto potrebbe essere sostituito con un altro, rendendo possibili somministrazioni successive.
È un po’ come avere un corriere in miniatura che porta rifornimenti a una stazione già installata.
L’obiettivo dei ricercatori è utilizzare il sistema per consegnare antibiotici direttamente nelle zone infette. Negli esperimenti pubblicati, però, è stato dimostrato il rilascio di liquido, non l’efficacia di una terapia antibiotica.
Come fanno a muoversi senza motore?

Qui arriva una delle parti più sorprendenti.
I robot vengono guidati da un sistema di bobine elettromagnetiche esterne, capaci di generare campi magnetici controllati.
Il principio ricorda quello di una calamita che riesce a spostare un piccolo oggetto metallico senza toccarlo. Naturalmente, guidare due dispositivi minuscoli attraverso un ambiente che simula il cuore richiede una tecnologia molto più precisa.
Durante gli esperimenti, il gruppo di ricerca ha utilizzato anche un sistema di visione assistito dall’intelligenza artificiale.
Questo permette ai robot di navigare autonomamente lungo il percorso previsto, mentre il sistema esterno ne controlla il movimento.
L’autonomia, in questo caso, riguarda la navigazione sperimentale. Non significa che i dispositivi sappiano diagnosticare una malattia o decidere quali medicinali somministrare.
Cosa hanno dimostrato gli esperimenti?
I ricercatori hanno effettuato prove con un modello di cuore realizzato in laboratorio, utilizzando anche un flusso di liquido pulsante per riprodurre alcune condizioni della circolazione sanguigna.
Sono state inoltre condotte prove su tessuto cardiaco di maiale prelevato, per verificare l’ancoraggio e lo sgancio dei dispositivi.
I risultati pubblicati comprendono alcuni numeri significativi.
| Esperimento | Risultato |
|---|---|
| Penetrazione del modulo ad ago nei gel che imitano il tessuto | Forza necessaria ridotta del 66,7% rispetto al riferimento sperimentale |
| Rilascio di liquido | 22 microlitri in 180 minuti |
| Aggancio magnetico fra moduli | 100% di successo nelle prove riportate |
| Sgancio magnetico fra moduli | 93% di successo nelle prove riportate |
I risultati sono riportati nello studio originale di Bhattacharjee e colleghi.
Per capire la quantità di liquido rilasciata, 22 microlitri corrispondono a 0,022 millilitri: pochissimo, meno di una normale goccia d’acqua.
E il 100% di successo nell’aggancio? Significa che i moduli sono riusciti a collegarsi in tutte le prove descritte per quella specifica misurazione. Non che i robot siano capaci di guarire tutte le infezioni.
Il valore di questi risultati sta nella dimostrazione che navigazione, ancoraggio, aggancio e rilascio possono funzionare insieme, almeno nelle condizioni sperimentali utilizzate.
Davvero potrebbero sostituire settimane di antibiotici?
È l’ipotesi più ambiziosa avanzata dal gruppo di ricerca.
Anuruddha Bhattacharjee, primo autore dello studio, ha spiegato che una futura procedura di somministrazione potrebbe durare circa dieci minuti, o arrivare a un’ora se fossero necessari più cicli.
I ricercatori immaginano così di ridurre il ricorso a terapie endovenose prolungate e, in determinate situazioni, a interventi invasivi.
Ma bisogna distinguere due cose.
Consegnare velocemente un antibiotico non significa eliminare velocemente un’infezione.
La durata delle cure dipende dal tipo di batterio, dalla gravità della malattia e da numerosi altri fattori. Portare il medicinale direttamente sul punto infetto potrebbe offrire vantaggi, ma solo studi successivi potranno stabilire se sia possibile ridurre davvero la durata del trattamento.
Per ora nessuna delle prove pubblicate dimostra che questi robot possano sostituire le attuali cure per l’endocardite.
Cosa manca prima di poterli utilizzare sugli esseri umani?
Il cuore reale è molto più complicato di un modello artificiale.
Si contrae, cambia forma, le sue valvole si aprono e si chiudono e il sangue si muove continuamente. Un dispositivo che si comporta bene in laboratorio deve dimostrare di essere sicuro anche in questo ambiente.
I ricercatori dovranno verificare soprattutto tre aspetti: la precisione della navigazione, la sicurezza dell’ancoraggio e la capacità del sistema di somministrare un farmaco realmente efficace contro l’infezione.
Bisognerà inoltre capire come recuperare o gestire i dispositivi dopo il loro utilizzo, evitando danni ai tessuti e complicazioni.
Il prossimo passo annunciato dalla Johns Hopkins è sperimentare i robot su modelli di cuore più realistici, capaci di riprodurre anche le contrazioni e il movimento del battito.
Non è ancora stata comunicata una data per eventuali sperimentazioni cliniche sull’uomo.
Due robot, un’idea che potrebbe andare oltre il cuore
Il dettaglio più originale di questa ricerca è il modo in cui i dispositivi collaborano.
Dividendo il lavoro tra un modulo che si ancora e un altro che trasporta il liquido, gli ingegneri possono progettare robot più piccoli e adatti a raggiungere spazi difficili.
In futuro, lo stesso principio potrebbe essere studiato anche per trasportare medicinali verso altre zone del corpo, comprese quelle interessate da alcuni tumori.
Restano molti ostacoli da superare, ma la direzione è affascinante: rendere le terapie più precise, cercando di consegnare il farmaco nel punto in cui può essere maggiormente utile.
Pensare che tutto questo cominci con due oggetti lunghi quanto un chicco di riso rende la ricerca ancora più sorprendente.
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